Lucetta Frisa
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La torre della luna nera (Puntoacapo, 2012)

Il giovane Minotauro

Quanti ne aveva uccisi fino a quel momento?
Tanti, tantissimi, neppure se li ricordava. Ogni volta con più fatica, ogni volta avrebbe preferito fosse l’ultima.
Ma poi riceveva l’ordine. Doveva obbedire.
Da quel giorno assoluto, che aveva segnato un cambiamento radicale per la sorte della città, il re aveva deciso di ripetere il sacrificio. Ogni anno, la stessa cerimonia. Ma poi, una sola volta, non bastava più.
Troppo faticoso per lui che era diventato vecchio.
Dopo, doveva starsene a casa sdraiato per settimane : ossa indolenzite, incrinate, addirittura rotte, e certe volte, neppure le ferite facevano in tempo a rimarginarsi.
Non condivideva il motivo di questo intensificarsi del rito: la spettacolarità dell’evento offerto a un pubblico affamato di emozioni. Un pubblico che a fine spettacolo lasciava un sostanzioso contributo. Forse non c’era altra spiegazione.
Ma doveva obbedire. Per lui, l’eroe, il compenso era alto: oro, davvero tanto.
Che importanza aveva, adesso? Con la ripetizione, il rito aveva perduto il suo mistero e con il mistero, il senso profondo. Un simbolo sacro a cui erano state strappate bellezza e identità.
Lui si chiedeva perché, dopo tutto, doveva continuare. Perché, con la ripetizione, era accaduto questo. Domande a cui non sapeva rispondere. E ad un certo punto, aveva smesso di porsele. Poteva disubbidire al re? Forse lui conosceva tutte le chiavi dei misteri, tutte le risposte alle domande più difficili e conosceva anche il mistero della decadenza.
Ormai era vecchio e doveva procedere da solo nel labirinto, senza più la bellissima giovane che un tempo, camminando davanti a lui, ne illuminava le curve insidiose impedendogli di smarrirsi.
Quella giovane era morta da un pezzo. Morta prima d’invecchiare. E nessuna l’aveva più sostituita. Anche perché lui aveva imparato il percorso a memoria e la sua presenza sarebbe stata superflua.
Lui però se la ricordava tutte le volte che si trovava lì e l’aveva rimpianta. Soffrì molto per quell’assenza, poi, col tempo, fece l’abitudine anche a quella Il suo ricordo si affievolì fino a cancellarsi del tutto.
Perché, c’era stata una ragazza a guidare i suoi passi in quel buio, e quando?
E il labirinto, chi lo aveva costruito? Un architetto di nome Dedalo. Morto anche lui chissà da quanto. Forse proprio dentro il suo stesso labirinto di cui aveva smarrito l’uscita. Cose che accadono.
Avanzava a fatica. Si sentiva stanco, stanchissimo. Avvertiva ancora molto dolore molto male per gli strappi muscolari, per la distorsione delle caviglie, i traumi alle ginocchia, le costole incrinate : eredità degli scontri precedenti.
Mai più. Non lo farò più. Questa è l’ultima volta. Il re deve capirlo. Perché non mi sostituisce con uno più giovane di me? Ma è ancora lo stesso re oppure adesso, sul trono di Creta, regna suo figlio? Non ricordava.
“Non sarebbe la stessa cosa senza di te, gli aveva detto- tutti vogliono te. Pagano per vederti. Si accorgerebbero subito che non sei tu. E poi, quelli contro cui ti batti non sono forti come una volta. E’ un’ altra razza, più debole. Vincerai sempre”.
Faceva molto caldo. Sudava. Soffocava. La mazza era pesante.
Pochi passi e poi l’avrebbe visto. Si sarebbe annunciato con un tremendo muggito e un fetore da vertigine. E popi apparso - solo lui poteva vederlo, così assuefatto al buio- apparso in tutto il suo orrore e la sua potenza, slanciato su di lui in quella tenebra terribile e lui avrebbe dovuto infliggergli il primo colpo e poi lottando, condurlo all’aperto, verso la luce dell’arena. E continuare implacabilmente a colpirlo. Anche stavolta sarebbe riuscito ad accerchiarlo? Il primo fendente sull’osso del collo e poi subito un altro, un altro. Mezzo stordito lo avrebbe trascinato sulla sabbia, sotto il sole di mezzogiorno e la folla, intorno, in preda all’esaltazione, si sarebbe messa a urlare le solite frasi d’incitamento.
E sangue sangue sangue dappertutto. Urla, polvere e fetore.
Evitare le corna, l’urto del corpo gigantesco, il calcio degli zoccoli... Guardarlo negli occhi. Guardarlo fisso, ipnotizzarlo, e dopo, spezzargli la schiena. Barcollava paurosamente, prima di piombare a terra. A quel punto, il re, dalla tribuna, si sarebbe alzato in piedi, lanciato verso di lui una corona di mirto. Applausi frenetici. Delirio della folla. Rullo di tamburi impazziti. Se era ferito doveva nasconderlo e sopportare il dolore. Alzare le due braccia in alto, e a testa alta ringraziare il pubblico, a testa bassa inchinarsi al re.
Fragore degli zoccoli. Pronto con la mazza. Radunare tutte le forze, tendere lo sguardo e...
Improvviso un raggio di luce dal fondo del labirinto – è uno specchio? - e insieme a quel raggio ecco lui, scalpitante, ma incerto e leggero sugli zoccoli che quasi danzano.
Un Minotauro giovane, snello, quasi un puledro, ma più alto, con corna ancora piccole e poco appuntite, pelo lucido, occhi grandi e tranquilli. In silenzio, gli veniva incontro: spavaldo, ma fiducioso, amichevole.
Qualcosa di familiare e d’inquietante insieme.
Chi è?
Teseo si ferma, sbigottito.
Perché questo, cos’era accaduto?
Il giovane Minotauro si avvicina lentamente - è davanti a lui.
Teseo si sente debole, indifeso. Colpito da una strana paura. La mazza gli scivola di mano.
Sotto il sole, il giovane Minotauro trascinò sulla sabbia, spingendolo con le sue piccole corna, il vecchio corpo devastato di Teseo. L’arena di Cnosso era vuota e silenziosa. Neppure il re c’era più.



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