Lucetta Frisa
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Sonetti dolenti e balordi (CFR, 2013)

sequenza della follia

Tutti siamo nati matti. Qualcuno lo resta.

Samuel Beckett

Trasversale lunare respirare
irregolare ondulato uterino
infanzia che esige il suo tornare
animale dal sangue chiamato
pieno svuotato vuoto riempito
d’aria e sogno e falso errato è il resto
bisogna ribellarsi a tutto questo
andarsene via dalla prigione
dai carcerieri e in lei risprofondare
ogni volta più bianca e lontana.
Nostra segreta madre identità
eccola qui l’abbiamo ritrovata
tanto cercata come questa luna
succhiata guardata abitata da tutti.

La follia è protezione dal male
della terra quante città sommerse
per non mostrarsi mai agli aggressori
lasciamoli arrivare noi si rimuove
il bel paesaggio e i nostri amati averi
da loro disprezzati, anche i templi
si nascondono a custodire i sogni
il fiato sacro degli dèi le spighe
nel sottosuolo, i diari segreti
come pozzi d’acqua nel deserto
ma solo a noi tocca sapere dove
è stato steso il velo a riparare
linfa e sperma respiro e ragione
che tutti i saggi non chiamano follia.

Potessi mutarmi in Andrea Salos
di giorno fingermi folle per disprezzo
della vanità terrena davanti
alle false emozioni di avatar
senza profondità e di notte pregare
quel dio dentro di me che mi confida
il silenzio e la mia origine antica
i modi per essere felice e sola
con l’aria e il tempo e la vita inventata.
Penso alla follia come fuga bella
da quanto non è più nostro, spezzato
il legame col mondo che gira a vuoto
per conto suo e fuori ci ha sputato
come rifiuto marcio, zavorra.

La via Lattea non mi scivola sugli occhi
rivolti alla sua perlata scia.
Qui l’ombra di una formica la memoria
confusa del mondo con la sua storia
ottusa persa la sua antica follia.
Dicono i saggi che prima di noi
e dell’umano tempo saturnino
lei regnava indistinta dall’aria.
Ed io quando vado oscillando in bilico
tra pensieri e pensieri e poi slitto
su cose perfide infide e strappo
pelle pupille sesso mi possiede
follia di cullarmi nel suo grembo
snodata da tutti i qui e gli adesso.


sequenza del mistero

Ragazzo d’Atene

sii fedele a te stesso

e al Mistero

Emily Dickinson

Per vivere ho bisogno del mistero
o ragazzo d’Atene tu soltanto
mi ascolti e parli con gli dèi seppure
morta è l’infanzia dei templi e le siringhe
non di Pan assaltano i recinti sacri
e rifiuti di plastica e le cicche
cantano inni osceni in un casotto.
Lasciatemi qui a piangere e a imprecare
io dei balordi sono la vestale
carriera non seppi fare né il risotto
dissipai le frecce del mio arco fui
immortale e sognavo che i sogni
si sarebbero un giorno fatti carne
grazie al capriccio di un dio balordo.

Per vivere ho bisogno del mistero
i sogni mi difendono dai barbari
che sempre hanno ragione con l’arma
della storia che àltera i colori
sfumati penso a Tanizaki e all’ombra
su tazze laccate e carta opalescente
per distinguere l’Oriente e preservarlo
dalla troppa luce occidentale.
Oscilla il pipistrello rovesciato
lasciamolo dov’è alla sua saggezza
nient’altro c’è da dire alle creature
al centro di sé sempre padrone
delle latitudini d’ombra e luce.
Noi, i barbari arrivati da un pezzo.

Per vivere ho bisogno del mistero
occhi di un’altra specie sacre pietre
dipinte o incise nel buio delle grotte.
Scende tiepido dal polso alle caviglie
il mistero delle cerimonie
trattenuto e sfuggito al presente
perché anch’io m’inchino ancora e tendo
braccia mani gola e canto a chi non sente
e non mi vede ora che sono ombra
che vorrei sanguinasse come un corpo
stremato senza più metafore.
Vorrei credere un messaggio sacro
l’imprevista invasione della luce
sul mio scuro letto addolorato.

L’enigma in piena luce è l’inciampo
come all’improvviso una parola
che si ferma e non può andare oltre
e solo ci andrà un corpo schiodato
dagli organi da pulsazioni e fiato
ma sarà quella la sua scadenza
molecolare? si vede dicono
luce luce luce mentre si affonda
e chissà dove si va in quell’attimo
sarà bella quell’indecisione
che non dipende da chi ha consumato
il suo calore fosforo e pensiero
bruciata male l’unica occasione
distrutto le mani col giocattolo.



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