Lucetta Frisa
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Gioia piccola (All’antico mercato saraceno, 1999)

Filo e uncinetto e
guarda come si fa impara anche tu
un punto dopo l’altro e poi
il misterioso modo di curvare
e cominciava la chiocciola
si ingrandiva ogni giro.
Ti guardavo le mani.
Da lì mi è nato il male di cercare
l’inizio di ogni cosa...
[...]
Chi ha acceso i fiammiferi nel ripostiglio
mentre scrivo?

Chi appicca il fuoco alla casa?
E’ bene o è male che bruci?
è bene se resto
è dovere di sentinella
è abitudine o sconfitta
è dare valore al passato
aspettando ferma al mio posto
che un fuoco piccolo avanzi come i tarli
o le formiche di notte
e come lenta, lentissima, la polvere.

Sta sottopelle la gioia, dicevi,
è insensata, esplode e se ne va,
nella stanza buia quando piangi
tu guarda le fessure delle imposta:
là c’è sempre la luce.
Tu guarda il mare le nuvole
non pensare ad altro non pensare
a nulla, senti il tuo corpo
sentilo in pace:
tutto questo è
gioia piccola.
[...]
Una domanda non ha mai risposta
solo fine.
Ti raggiungerò nel tuo nulla
il mio e il tuo di nuovo insieme
ma questa volta al buio.
Noi due non nasceremo più
l’una nell’altra - madre e figlia -
a specchiarci nella nostra luce grande.
La tua
mi inventava i colori
animali, alberi e mare
quello che senza nome e forma
viveva già nel tuo grembo
cullandomi oscuramente.
Dentro di te ho saputo
lo splendore di non capire e di essere
la gioia del respiro e del sonno.
Questo non lo seppellirò con le tue ossa.
Se scorre nel mio corpo
scorrerà fino alla fine
perché tu viva ancora un po’.
Nulla di te deve andare perduto;
e spolvero gli angoli di casa
i mobili accarezzo
bagno piante
guardo lune
e ho cura di me.
[...]
Ti prego poesia
fratturami il quotidiano in polvere
fanne luce che io regni:
toccando l’aria qua e là
sillabe consonanti
metafore stregonerie
arrivano servi alati e
tutto risplende
casa e foglio e io
più non precipito
resto con te a fare giochi.
Aiutami
detergi lacrime
accarezza
fammi impazzire dolce.
Se la tua aria è nuova - se così sembra -
ai malati di sogni che non sanno muovere potenze
crollare dominazioni con le mani e immaginano
mondi e mondi di commozioni e giustizie
che giunga nelle ossa
come una tenerezza di natura.
Io ordino solo parole a parole
-tutto il mio arredamento-
nel disordine che esalta la tristezza ottusa
che giunga
un nuovo disordine dall’aldilà
una nuova tradizione di baccante
e anacoreta
lezioni d’assoluto
rimescolate in lingua animale
carezzevole molto
per chi se ne va.
Devo spegnere accendere per l’ultima volta
tutti i miei fantasmi folli che danzano
brividi sussurri musiche
tra orrori colori strofe e incantesimi un’orgia
e cassetti a brandelli
vieni via con noi lascia tutto
che questa poesia risusciti il non vissuto
e la cenere sui miei passi
sia solista e coro.
(Dove abito io?
In questa casa nessuno entra
non vede nulla.
Dove si posa la mia testa
e il mio scheletro ora dove va?)
Insegnami tutto daccapo.



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