Marco Ercolani
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Preferisco sparire. Colloqui con Robert Walser (2012)

Un fatto buffo

Dovresti capire, Weiss, che la letteratura è solo un fatto buffo e non merita troppa attenzione. Il fatto che, a Herisau, io non scriva più (o scriva di meno, non fidarti mai delle mie parole), è fisiologico. Ho altro da fare. Sentire il volo degli uccelli. E soprattutto captare i fruscii dei corpi degli altri. Quando uno si alza o si siede o mangia o respira. Tutti suoni diversi, molto più espressivi delle lunghe descrizioni di un romanzo psicologico. Perché dovrei perdere tempo con le lente parole? Ricordo che quando smettevo di scrivere una pagina, l’emozione era già evaporata. Comunque una gioia ce l’ho, oggi: uso la matita. Anche mi capitasse di scrivere lo faccio a matita, cancellare è più facile che non tirare un brutto sgorbio sulle parole scritte con il duro, indelebile inchiostro. Non mi piace la bruttezza. Ha mai visto, dottore, come i fogli sono belli, se lumeggiati da qualche tratto di matita? Sono già disegni di nuvole e di monti. Ah i pittori giapponesi!


Rispetto

Adesso ho meno rispetto dell’obbedienza, anche se mi vedi obbedire, disciplinato come un delinquente nel perimetro del carcere. Ho meno rispetto. Sono più violento. Il corpo mi si muove a strappi, brusco. Non so più dove mettermi. Dovrei avere pace, pace. Ma non è così. L’idiota che mi guarda intrecciare canestri e annodare pacchi è solo un idiota, e mi guarda come se io fossi simile a lui. Vorrei picchiarlo, dirgli che no, non è vero. Ma, se lo picchiassi, voi capireste che fingo, mi dichiarereste sano di mente, mi direste: Vai a Berna, vivi libero, ti daremo una pensione, ma cosa me ne faccio della libertà, di Berna, della pensione, io non voglio uscire, non devo. Allora mi fingo l’idiota che mi guarda, per non essere smascherato. Non è difficile. Rendo i miei lavori sempre più ripetitivi, più stupidi (anche se in realtà nel minuto intreccio delle fibre camuffo lettere dell’alfabeto). Poi, quando non ne posso più, cammino con Carl e lo ascolto blaterare le belle cose positive, no, non gli rido in faccia, almeno c’è la neve o l’erba sotto i miei passi, e così giro e giro per la terra consentita come un giovane possidente del nulla. Lo sai, tutti quelli che possiedono il nulla hanno il dono della giovinezza...


Piacere

Se si ha il coraggio di osare qualcosa, ci si può anche divertire. Occorre spesso ballare un minuetto per procurarsi un effetto gradevole, in vita e in scrittura. Il bello è più bello, se ci si ride e si balla in mezzo, e non si brontola seriosi e arruffati, arenati nella mancanza del proprio profumo, sepolti in una inodore, sciatta esistenza. Essere eternamente uomini seri e grandi è ridicola superbia. Ognuno di noi ha la sua bella tomba collocata in un prato ombroso o luminoso e lì, nessuno, dopo che il tempo è scaduto, lo importunerà con insulti, chiacchiere, premi, calunnie: lo imbarazzeranno solo i ricordi dei vivi. Chissà se, bello chiuso nella terra, avrà la gioia di essere ricordato come scrittore di libri brutti! Sarebbe così piacevole. D’altronde, non c’è idea di brutto o di bello che abbia un valore. Io scrivo per mio piacere e già sono una pianta rara. Non mi illudo che tutti lo condividano: sarebbe come esigere che tutti siano golosi di Sachertorte. Molti sì, tutti no, e quei bellissimi bimbi che detestano il cioccolato, il loro dio non li manderà certo all’inferno! L’unica cosa che difendo di me è che io sono un uomo semplice, e chi afferma che la mia prosa è un modo di infiorettare il mondo, mente e mi fa male. Il mio “scriver grazioso” è un coltello piantato al centro dello sterno. È l’invito a leggere oltre. Ovvio, Weiss, anche oltre di me


Acrobata

Vedi, Weiss, ieri ho ricordato un mio antico racconto (forse troppo sentimentale), un uomo si apposta sempre nei luoghi da cui passa una donna, lascia che lei vada oltre, attende un minuto, poi la segue ritmando i passi sui suoi. Questo per cinque, sette secondi, un’eternità. E infine, con un breve saltello (che acrobata!), la supera, cammina svelto svelto per essere notato, anche solo di schiena, per un attimo. La precede di pochi secondi. Poi tira un respiro, si ferma, la lascia passare. Ecco: sta passando. Profumo di capelli, suono di passi. Quando è ormai lontana, lui si ferma su una panchina, scrive rattristato una lettera, la poggia sul legno perché sia visibile. Domani, se non ci sarà vento, lei potrebbe passare e leggerla, innamorarsi di un giovane come lui, che non ha altro pensiero che rivederla. Sorride, pensando a come sarà straordinario il suo domani. Se anche non legge, lei potrebbe. Una donna intelligente e luminosa, i larici, le radure. Basterebbe mi sfiorasse il braccio. E continua a danzare fra le panchine ormai buie, sopraffatto dalla magia del pensiero. Sì, forse ci vorrebbe un altro finale, meno timido e incerto, ma in quegli anni mi capitò di vivere un’indolenza strana, una voglia meravigliosa di non fare nulla, e così non finii il racconto.


Come te

Tanti me lo dicevano (forse erano le mie voci): devi entrare in manicomio. Ma non erano le voci persecutorie che mi tuonavano dentro: “Lavora! Véstiti! Làvati! Spòsati!”. Queste non mi affliggevano affatto, erano persuasive e tenere, capivano tutto della mia vita di girovago e di copista, sapevano come fosse inconciliabile con la vita adulta, e mi suggerivano di trovare un sollievo. Il manicomio come asilo, come silenzio. Dolce cosa.
E poi ti ho conosciuto! Ah, essere come te! Sapere i destini che tu conosci: sarebbe bellissimo. Troppa è l’insignificanza del mio. E se lo scambiassi col tuo, mio caro scienziato? Quando ti parlo penso che sia possibile.
Il capolavoro della mia vita sarebbe arrivare, dopo una lunga passeggiata fra i faggi, all’ora esatta in cui i miei compagni cominciano a mangiare la minestra. Per non turbare il ritmo della cena non vengo ammesso al mio posto vuoto e, per quella volta, mangio insieme ai dottori. Mangio in tua compagnia, Weiss, senza guardarti negli occhi.



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