Marco Ercolani
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Camera fissa (Nuova Magenta Editrice, 2012)

Un quadrato di stanza

Un quadrato di stanza è lo spazio che gli occhi mi permettono di vedere. Un tavolo rettangolare, due tende verdi, la finestra sul vicolo. A quanto oltrepassa questi confini sono cieco. Intuisco lo squallido imbuto del vicolo, le corde a cui sono appese ombre di gonne, camicie, calzoni: appartengono a esseri che, fra poche ore, usciranno di casa e muoveranno regolarmente le loro gambe verso un luogo. Io li invidio fino all`odio. Chiudo gli occhi, cerco di calmarmi, grazie alla temporanea cecità delle tenebre. Ma poi devo riaprirli. La testa non può né sollevarsi né abbassarsi. Il fremito delle palpebre è la sola vita che mi è concessa. Supplico una bufera che trascini uomini e cose, strade e luci, finestre e balconi, nel raggio dei miei occhi. Vorrei che un giorno l`amorosa violenza di questa bufera diventasse reale.
Invece guardo il mio tavolo. Mi ricordo chinato su dei fogli, ma libero di alzarmi, lasciare la sedia, uscire. Guardo la carta che non posso usare, la matita con cui non scriverò, lo schermo del computer sempre acceso. Ricordo un quadro, a sinistra del tavolo. Ma cosa raffigurava? Pietro saprebbe rispondermi, se la mia bocca potesse formulare la domanda. Ma con le labbra farfuglio sillabe incomprensibili. Pietro è l`anziano fratello di mia madre, un uomo alto, asciutto, robu¬sto. In passato ha tentato due volte di uccidersi. Ha vissuto sempre solo. Avrà sessantanove anni fra due mesi. È l`unico essere umano a intuire che la mia intelligenza è integra. Quando entra nella mia stanza, il mattino presto, socchiude la finestra, perché sa che amo sentire i primi rumori del vicolo. Mi alza da letto, mi riveste e mi adagia con dolcezza sulla sedia, dopo averla spostata verso la finestra. Quando esce, porta con sé le lenzuola e le federe da cambiare. Vorrei che le mie mani potessero accarezzare le sue. È semplice, paterno. Ma, quando sento il rumore della porta che scatta alle mie spalle, so che rimango solo, avvinghiato alla sedia con la coperta che scende giù, dalle braccia alle ginocchia al pavimen¬to. Il vicolo manda suoni diversi, risa di studenti, grida di ambulanti, chiacchiere di massaie - suoni che non saprò mai a chi appartengano.


Vicolo

Ma vivo. Le mie narici respirano, benché non percepiscano profumi. Gli occhi, concentrati sul vetro della finestra o sulle corde della biancheria, sono un sismografo attento alla minima oscillazione. Ogni più lieve colpo di vento, ogni movimen¬to indotto nelle cose o provocato dalle cose, mi tortura. La vibrazione di oggetti inanimati - indumenti, corde, tende, len¬zuola - è la mia massima disperazione. Essere una manica che oscilla ai soffi del vento. Desiderarsi tenda, quando la finestra si spalanca, gonfiata dall`aria, frusciante...
Guardo il vicolo, felice che stia scendendo la notte. Con la notte gli uomini dormono, immobili sotto le lenzuola; i cani cessano di correre; le auto non stridono sull`asfalto. La notte fascia le cose. Odio i passanti notturni, che fanno scempio delle ore consacrate al riposo. Perché non dormono? Perché, nelle ore della notte, non restano immobili, assomigliandomi?


Sogno

Inforcato il cavallo, galoppo nel vicolo, a briglia sciolte, l`aria sulla faccia, sfiorando con i capelli le finestre più basse. All`improvviso, sbucato dall`ultima casa, mi sbarra la strada uno sconosciuto. Tendo le redini e il cavallo frena la corsa, sollevando impaurito gli zoccoli anteriori; la criniera mi sbatte per un attimo sulla faccia, accecan¬domi. Trattengo a stento l`animale che vuole disarcionarmi e urlo contro chi mi ostacola il cammino. Se fossi stato sbalzato di sella avrei anche potuto uccidermi. L`uomo sorride, immobile al centro della strada; ha una pistola nella mano sinistra. Quando il mio cavallo si è completamente placato, lui si avvicina, mira alla sua tempia sinistra e spara. Quello si abbatte a terra, trascinandomi sotto di sé. Le mie gambe restano bloccate. L`uomo, senza smettere di sorridere, gira le spalle e sparisce.
Io grido, perché qualcuno liberi le mie gambe dalla morsa che le imprigiona. Nello stesso momento in cui grido molte mani appaio¬no, chiudono gli scuri delle finestre, scompaiono. Un silenzio di tomba scende sul vicolo deserto dove, schiacciato sotto la car¬cassa di un cavallo, comincio, lentamente, a sanguinare...


Quasi morto

Tutto è nero. Se non lo vedo, è nero. Tende nere, tappezzeria nera, panni neri inchiodati a pavimento e soffitto. Tutta la stanza sigillata. Tutto nero, fino alla pelle del mento, della bocca, del naso: libero ho solo lo sguardo, questi occhi che possono ancora fissare il vetro, il vicolo, l`aria possibile. Ma se fossi risucchiato completamente nel mondo nero della stanza? Se diventassi cieco? Avere libero almeno un dito, schiacciare il tasto del computer, mostrare nello schermo la mia storia. Invece... Le mani sono immobili, poggiate sui braccioli della sedia. Chi legge queste pagine si chiederà come sono state scritte, se non posso usare le mani. È una domanda complessa. La scrittura non è solo un meccanico movimento della mano, un impugnare la penna e mettere il nero delle parole sul bianco del foglio. Qualcuno ha mai pensato a come sia possibile, in Sunset Boulevard, il lungo flashback di Joe Gillis, sceneggiatore fallito? Il cadavere di Joe galleggia nella piscina e comincia a raccontare la storia della sua morte, inventa immagini che la plausibilità del racconto renderebbe impossibili. Eppure il film esiste – nasce dalla voce fuori campo di un morto, dalla sua impossibile memoria.
Io esisto così. Una voce fuori campo esce dal mio corpo quasi morto. Io non scrivo e non parlo, sillabo parole al computer. Appoggio la bocca al microfono che le decifra e le trasforma in scrittura sullo schermo. Voice and writing: un programma perfetto. So che ora posso leggere la mia voce.


Camera fissa

Il mio racconto è questa voce, qui, sotto le labbra, che non può venire alla luce, che non può risuonare. Il mio racconto è il mio occhio. Un regista lo chiamerebbe camera fissa.
In Dark Passage, per una buona mezz`ora, il film è i movimenti dello sguardo di Bogart, evaso da S. Quentin. Auto, strade, volti, stanze - tutto è visto dai suoi occhi, la mdp è il suo corpo, Bogart non appare mai. Ma un chirurgo trasforma la sua faccia, perché non venga riconosciuto, e nel momento in cui Lauren Bacall sbenda il volto di Bogey e lo rende visibile, la soggettiva finisce.
Per me continuerà sempre. Nessun chirurgo mi opererà mai. Nessun medico pietoso mi toglierà la benda dal viso.
Camera fissa: obiettivo muro. Muro e finestra. Finestra e muro.
Se la cinepresa di un maniaco inquadrasse l`Empire State Building per otto giorni consecutivi, se uno spettatore fosse condannato a vedere un film in tempo reale per otto giorni, cosa accadrebbe alla sua mente? Non impazzirebbe, forse? Per me è peggio: non si tratta di giorni. Mesi, anni, decenni passeranno, prima che la morte mi liberi.
Per fortuna le mani di Pietro mi spostano per mostrarmi che esiste qualcosa di diverso dal muro e che la vita non è un fantasma della mia mente. Di quale innominabile crimine sono colpevole per subire il castigo di questa vita?
Non mi resta, per consolarmi, che pensare film. Rivedo, con la mente, Cameramen, quando Buster Keaton sviene e la scimmia continua, la camera fissa nello stesso punto, a girare la manovella, a filmare tutto quello che accade, a registrare la verità che renderà libero e felice e il suo padrone.


Simili

Amo, della notte, il sonno senza movimenti, l`immobilità assoluta. Ogni notte porta al mio cuore un solo pensiero. Le mie orecchie odono ancora il sibilo che, il pomeriggio di quella domenica, condannò il mio corpo all`assoluta impotenza. Non so definire che come sibilo il suono che bloccò le mie gambe per sempre. Mille volte mi chiesi cosa fosse realmente accaduto. Immaginai una trave di legno, una lastra di ferro, un qualche peso inanimato, piombato dall’alto, che avesse raggiunto il mio corpo schiantandolo. Ancora oggi, benché sia passato quasi un anno da allora, non riesco a definire la materia di quella cosa. Sfuggiva alle caratteristiche del legno, del cemen-to, del vetro. Non era né pietra né acciaio. Ricordo una sensa¬zione morbida, atroce, come di rete. Io cado a terra, cerco invano di districarmi; colpi soffocati e martellanti percuotono, attraverso le maglie, il mio corpo impotente. A volte, nella lucidità del sogno, mi difendo dal pericolo che so essere in agguato; cambio strada, scappo, corro più forte, mi appiattisco contro i portoni, costeggio i vicoli più solitari. Ma è tutto vano. La rete mi ricade addosso, il mio corpo sussulta sotto colpi sordi, di ovattata violenza. La cosa più terribile é la sensazione che i miei organi provano a ogni colpo: quella di essere nudi, visibili, rovesciati alla superficie del corpo, dove subiscono l`inesorabile pressione di una massa molle, compatta. Quella massa è di carne. È un corpo di cui non riconosco i lineamenti, peso ignoto, statura ignota. Provo un odio feroce verso questo corpo. Lo sento come il mio mortale nemico, il responsabile della mia paralisi, l`assassino delle mie braccia e delle mie gambe. Pagherei qualsiasi prezzo per vederlo, davanti a me, ferito, supplicarmi di risparmiarlo; io, limitandomi a un breve movimento delle mani, provocherei magicamente la sua ago¬nia; poi abbasserei le ciglia e lui morrebbe, stroncato da un collasso davanti a me, felice.
Ma devo accontentarmi della notte - mio unico sollievo. Devo accontentarmi del sonno che, per otto o dieci ore, renderà gli uomini simili a me...



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