Marco Ercolani
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Il ritardo della caduta (Ripostes, 1990)

[...] La poesia ruota attorno a questo nodo che è fuori dalla parola: immagine non verbale ma sonora, in parte visiva, segreta alla parola. La poesia è il segno visibile della miniera di suoni e visioni dove la lingua scava e taglia, inventando prospettive. La poesia è riferire in forme adeguate questa prima forma cin cui la lingua entra sempre in contatto, per la prima e l’ultima volta. La poesia è il pathos del fuori di sé, la ricerca del non-nato, dell’altro da noi. La lucida demenza del sonnambulo. Volare attorno a ciò che non avremo, al segno-nulla di cui non siamo né custodi né garanti. E in questo folle volo trascrivere, testimoni adeguati e non virtuosi semantici. Le parole sono lo strumento di questa intensità iniziale, di questa consapevole appropriatezza. Bisogna cercare la prossimità che ci appartiene. È questa la maturità per cui siamo nati [...]


Ormai sono vecchio e dovrei tacere. Questo, dove sopravvivo, non è più il mio tempo e disinteressarmene sarebbe saggio come posare la testa sul cuscino e dormire, dopo ore di insonnia. Ma non è la saggezza che voglio: è l`eresia.
...
Cosa fa un poeta, davanti alle macerie? Sceglie la nostalgia, sigillandosi nel lutto di un mondo perduto; diventa banale. O si identifica nella polvere delle rovine e ne diventa il virtuoso: e l`orizzonte stravolto si fa ortodossia della catastrofe.




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