Marco Ercolani
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Sento le voci (La Vita Felice, 2008)

(J’entends les voix, tr. fr. di Sylvie Durbec, Éditions des états civils, 2011)


Claudio L.
Devo aggiungere una cosa, dottore. Per correttezza. Quando, la sera, buttavo la spazzatura nei cassonetti, ero io la spazzatura. Volevo dirglielo. Grazie per questi tre anni in cui mi ha curato bene. Ma chi semina vento raccoglie tempesta. Tutto è già stato scritto. Inutile lottare. LORO verranno a prendermi, domani, forse. Me lo dicono giorno e notte, che verranno a prendermi. Lo scandalo è stato troppo grande. Sono come un maiale, mangio e dormo come un maiale, e dei maiali si fa prosciutto e salsiccia. Lei ha voluto salvarmi ricoverandomi in ospedale. Grazie: ma io sono colpevole, e lei lo sa. Non merito neppure di stare in questo letto: c’è chi sta peggio di me. Chissà se sono proprio malato. Sono solo il figlio superstite: mio fratello, quello buono, è morto a dodici anni in ospedale. Sono rimasto io: la spazzatura. Lei mi dice che sono malato, che sono bipolare, ma tutto è scritto. Io ho peccato e devo pagare. Punto. Lei ha voluto salvarmi ricoverandomi e la ringrazio: lei è buono. Ma, stavolta, è davvero un casino e, se fossi scoperto, non potrei che uccidermi per lo scandalo. Alla fine, le colpe si pagano. Spieghi tutto lei a papà e mamma. Devono restare uniti, come sempre: stare uniti è l’unica cosa che conta.
(spazzatura, 1)


Giuseppe R.
Lo vedi da te che non camminerò mai più. Eh già, mi sono cacciato giù dal ponte. Non volevo venire al servizio, non volevo andare in comunità, non volevo un cazzo. Sono salito sulla ringhiera, sono piccolo, sai, molto piccolo, e mi sono buttato. Niente dolore. Nemmeno una fitta. Ma il rumore delle ossa, quello sì. Un rumore lungo fino alla testa. Ma ero vivo. Ho chiamato aiuto col cellulare. Che vento, quel giorno! Soffiava dappertutto. E quello stupido elicottero,che girava e girava e non poteva atterrare! Io non sentivo i piedi. Fissavo il vuoto. Allora ho ricordato quanti chilometri facevo, tutti i giorni, dalla comunità a casa, da casa alla comunità, con una voce che mi martellava nella testa «scemo… scemo…», e mi sono messo a ridere. Mentre mi soccorrevano tenevo la bocca dentro le dita perché non mi vedessero. Non avrebbero capito uno che si butta nel vuoto, si rompe le gambe e ride.
(risata)


Miriam T.
Lei lo sa, dottore, che corpo è anagramma di porco? Io sono chiusa dentro questo porco che non mi lascia libera. Non mi molla. E aspetto. Aspetto la morte, aspetto. Come passo il tempo? Io non passo il tempo perché è lui a non passare mai. Eppure ho già 50 anni. A Montségur non volevo aspettare, ho provato a uccidermi con le pastiglie. A Genova con la pistola, esercitandomi a tirassegno per non sbagliare il colpo. Ho fallito tutte e due le volte. Eppure la voglio, la fine, la imploro. Dopo morta, salirò nella grande Blue Family, nel Paradiso Azzurro della razza ebraica, riceverò finalmente la laurea ad honorem in matematica e sarò felice. Là brillerà, e per sempre, non la povera luce del giorno, non il sole fasullo di Sigfrido, di Dio padre, di Cristo figlio, ma il sole vero, il sole di mezzanotte. Lei lo sa, dottore, che Mezzogiorno di fuoco, con Gary Cooper, è una metafora della condizione umana? Lo sceriffo Cooper, in una cittadina del West, uccide la bestia che è dentro di sé. Arrivano quattro nemici, in pieno sole. Due li uccide lui. L’altro la sua sposa, Grace Kelly. Il quarto lo uccidono insieme, quando lei si scrolla di dosso il capo dei banditi, piantandogli le unghie in faccia, e lui lo ammazza. Dopo, possono lasciare quel paese assolato e ingiusto ed entrare, da sposi, nel loro vero regno di tenebre. Fred Zinnemann, che ha diretto il film, lei lo sa, dottore? era ebreo. Arrivederci al prossimo martedì. Noi li faremo sempre, i nostri colloqui, vero?
(i nostri colloqui, 1)


Maurizio F.
La natura è natura, dottore. Vuole forse che io depositi mele e pesche dentro il frigorifero in modo che il ghiaccio le uccida e ne spenga la fragranza? Io non ammazzo la natura. E il fuoco, il sacro fuoco, lo accendo di notte, in cucina, perché i miei lari e penati mi custodiscano. Michela teme una stupida esplosione domestica, ma ha torto. Lavarmi? No, che sciocchezza! Io non mi lavo. Se mi lavassi ucciderei i batteri sparsi nei capelli, nella barba, nei denti. Uno sterminio. Sono loro il mondo, non noi; loro il grande, multiforme, invisibile universo del quale siamo deboli ospiti noi, con le nostre coscienze morte. La preoccupo, vero? Io sono la più grande risorsa e la più grande ansia per i miei simili. Adesso torno a casa. Sta per tramontare il sole e devo vederlo, l’astro, io che da sempre sono il suo custode. Curioso: con quella faccia da giovane sapiente lei è solo uno spietato assassino, come il resto degli uomini. Ma, più di loro, capisce l’enormità della mia vita spirituale, che mi rende vero ma mi riempie gli occhi di lacrime, che rende gracile e stretta la mia vita materiale. Permette? Le esprimerò il concetto con questi versi:

Come la mano
raccoglie la terra
la terra cade
il vento la porta
qualcosa rimane
La mente
pensa
un’altra cosa.
(il sacro fuoco, 1)




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