Marco Ercolani
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Col favore delle tenebre (Coliseum, 1987)

La corriera, a causa della tormenta, ha sbandato. Non so se domani potrò partire o se la bufera mi bloccherà nella taverna dove alloggiamo. Guardo la strada gelata, impraticabile. Non so niente di ciò che accadrà nei giorni futuri, ma essere fermo, dopo un viaggio così faticoso, è un sollievo: mi calma l’orizzonte velato di neve, il mondo offuscato dalla tormenta mi placa. […]
Ai sibili del nevischio, ai fiocchi che turbinano invisibili nell’oscurità, alle fredde folate che sollevano la neve dai tetti, i miei occhi hanno sottratto l’incantesimo di un candore minaccioso e uniforme – lo hanno sostituito con questa luce celeste e tranquilla, che ignora il tempo e la morte. Non mi stupirei se domani, invece della corriera che ha sibilato sul ghiaccio, vedessi nella neve gelata una carrozza di posta – il vetturale assopito e i cavalli immobili, appena percettibile lo scalpitìo degli zoccoli.
Vorrei scriverti ancora e indagare con te la stranezza delle mie sensazioni, ma la luce della candela è alla fine. Il nero della notte sopraggiunge e cancella le discrete armonie fra il blu cobalto del cielo e il delicato azzurro dei crepacci; fra il celeste intenso dei vortici e l’indaco misterioso dell’orizzonte. Devo, con riluttanza, finire la lettera Guardo dai vetri e vedo che la neve, pur continuando a cadere, ha perso il ritmo delle raffiche. Resta il blu quasi nero di tante dune ghiacciate; la sconcertante certezza, ora che la neve non infuria più con il suo muto e febbrile turbinìo, che partire sarà difficile come per un corpo vivo muoversi nella pietra del muro. Comincio a capire che viaggiare ed essere fermo sono la vibrazione di un unico accordo.

[...]

Quando, il mattino dopo, mi alzai, ricordo che feci un lungo sbadiglio. Stirai le braccia rattrappite e mi avvicinai alla finestra, che spalancai d`impulso. Avrei potuto urlare davanti a quello che vidi, ma tacqui. Lo sgomento mi paralizzò la voce. Tutto era diverso da come lo avevo veduto. Nell`aria non c`era un alito di vento ma le case erano sghembe, deformi, attaccate alla parete rocciosa come se le avesse scaraventate laggiù la violenza notturna di un ciclone. Le scalinate erano slabbrate, certi gradini corrosi, altri distrutti. Gli alberi erano spariti o avevano assunto forme tortuose o e il tronco era stato sradicato e restavano solo le radici, abbarbicate alla pietra. Tutto il paesaggio appiattito contro le rocce; la piazza divelta, come strappata. Guardandola, avevo la visione di piccole fessure, crateri, voragini più grandi. Non mi sarei stupito se, dalle case scagliate sui massi, fosse salito un urlo d`aiuto; se avessi udito il rombo di un uragano o di un maremoto. Ma non c`erano suoni nell`aria, neppure l`eco della brezza del giorno prima. Rabbrividii. Mi accorsi che tutto il mio coerpo tremava, ma questo non dipendeva da me. Era la finestra, e con la finestra tutto l`edificio, che sentii oscillare impercettibilmente, dondolare in modo inquietante sull`orlo di uno strapiombo. Solo allora capii quanto fosse profondo, sotto di me, l`abisso che si era aperto nella piazza assolata.



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