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Ombre


Orson Welles e Rita Hayworth




A Peter Bogdanovich

Pasadena, 5 giugno 1977

Caro Bogdanovich,

lo scorso gennaio, mentre pensavo a una soluzione per Cuore di tenebra (non ho mai smesso di sognare di dirigerlo), sono passato per Pasadena. C`era un sole gelido e io ricordavo Il fiume di Renoir. Con quelle tinte dorate nella mente, mi trovai a perdere la strada. Dov`ero? Dove stavo salendo? Chiesi a uno in camice bianco. Mi disse che mi trovavo al St. Mary Hospital.
Stavo per andarmene, ma imboccai casualmente un corridoio con i soffitti e i pavimenti lucidi come specchi, asettico, inondato da una fredda luce al neon. Il silenzio era innaturale. Potevano essere quasi le sette. Né un medico né un infermiere. Vedevo facce dementi sollevarsi dai cuscini e corpi rigidi camminare nella corsia. Ricordai Shock Corridor, di Fuller, ma ti giuro: non era un film quello che vivevo. Era un incubo reale.
Al letto diciotto mi colpì una donna. Assomigliava vagamente a qualcuno che conoscevo. Capelli grigi e corti, sguardo ebete. Uno scheletro. Mi faceva ribrezzo. Sedeva sul letto con il cuscino appena sollevato. Muoveva le mani ossute in modo particolare, con le dita della sinistra carezzava il braccio destro. Perché, quel gesto? Sembrava un rituale. Mi chinai in fondo al letto e sopra la linea della febbre vidi un nome: Rita Cansino. Rita Hayworth. Lei, la mia mitica ex-moglie. Lei, quella cosa pietosa.
Sulla sedia c`era un`anamnesi, dimenticata dai medici. La lessi d`un fiato:
11 maggio 1977. St.Mary Hospital, Pasadena. Letto diciotto, signora Rita Cansino. All’indagine radiografica si riscontra ingrossamento ventricolare e lieve atrofia del lobo temporale. Pseudodemenza diffusa, caratteristica del morbo di Alzheimer in fase avanzata...
Non capii nulla di quanto leggevo. Lasciai cadere la cartella clinica e fuggi dall`ospedale, senza un filo di pena per la malattia di Rita. Eccitato, mi trovavo a pensare un`idea, una vera idea, dopo anni di confusione e di progetti.
Dire tutto, sul mito di Rita. Le dive si corrompono, si coprono di rughe, indementiscono. Lo star-system disfa gli esseri umani e li riduce a fantocci: ecco l`idea. I fotogrammi dei volti di Rita, da "Gilda" a "Trinidad", da "La signora di Shangai" a "Pioggia", da "Fascino" a "Cordura", alternati ai poveri brandelli del suo volto nel tempo irreale della sua vita reale, scandito da stupidi matrimoni e inutili gravidanze, da piscine miliardarie e squallidi viaggi in Spagna - ecco un film alla Welles.
Io stesso, quando eravamo sposati, mi divertivo a scherzare, avevo girato dei piccoli cortometraggi in cui invecchiavo Rita, e Rita rideva; le accentuavo le rughe degli occhi con un gioco di ombre, il mento lo ritoccavo con la magia di un chiaroscuro. Nella Signora di Shangai le avevo tagliato i capelli rossi che facevano impazzire l`America, li avevo tinti di biondo e l`avevo fatta morire in mezzo a degli specchi frantumati, povera dark lady. Avevo ucciso il fantasma di Gilda, vendicandomi su di lei perché non era stata pari al suo mito. Un assassino sarebbe stato meno crudele.
Mentre giravo il film sullo yacht di Errol Flynn, mi venne da confrontare il sorriso di Errol in Robin Hood a quella faccia gonfia di alcool che vedevo vagare nella cabina dello Zaca. Fu la prima volta che pensai alla bellezza dei volti nella magia dello schermo e alla loro corruzione reale nell`inferno del tempo. Un film sulla corruzione: ecco quello che voglio. Rita Hayworth, come è stata in tutte le sue immagini, dalla bimba di Tijuana al fantasma di Pasadena. Sfortune, fallimenti, trionfi, malattie. Un film di cassetta, buono per i cinéphiles e i voyeurs.
Inoltre, non costerebbe quasi nulla. Per i materiali, userei i film del suo mito, quelli in bianco e nero. È il montaggio, Peter, la vera avventura. Comprendi quello che voglio? Il contrasto impietoso: quella vita come marcisce nell`ospedale di Pasadena mentre il viso intatto di Gilda è ancora in tutte le sale d`essai con i capelli folti e rossi che ricadono sugli occhi verdi e la mano che sfila il guanto nero dal braccio bianchissimo a ritmo di samba.
Un film perfido, tagliato con il bisturi del montaggio. Il montaggio è l`unica arma con cui il regista possa non cedere agli scempi del tempo reale; io, per esempio, concluderei il mio film non con il volto di Rita Cansino, divorata dal morbo di Alzheimer, ma con i capelli rossi e abbaglianti di Gilda. Chi me lo vieta? Sarà un film-condanna allo star-system, alla Sodoma hollywoodiana. Metterò il dito nella piaga, frugherò gli archivi di Rita, dalla giovinezza al Carthay Circle Theater, ai balletti spagnoli col padre Eduardo a Agua Caliente. Dal fulgore di Dona Sol in "Sangue e Arena" ai cinegiornali con Alì, Jazmine e Rebecca, dalla prostituta Sadie Thompson in "Pioggia", alla sua faccia sfatta, scialba, volgare, scrostata come un quadro che fu una volta bellissimo.
Tratterò Rita non come un essere umano ma come un paesaggio. Quando mi capitava di girare dei film in certi luoghi splendidi, io li vivevo in modo così violento che, quando per caso li rivedevo, erano per me completamente morti - delle tombe - e non potevo più né guardarli né abitarli. Lo stesso mi accadeva per gli attori: quando, per non so quale miracolo, interpretavano parti indimenticabili - penso a Bogart in "Casablanca", a Peter Lorre in "M" - e, anni dopo, li vedevo recitare in film di quart`ordine o li spiavo nelle loro case, intervistati da qualche giornalista anonimo, mi sembravano solo degli idioti a cui fosse stato tolto il fluido vitale - degli zombie. Era una semplice formalità che sopravvivessero. Come è un caso che io abbia visto Rita viva in un ospedale di Pasadena.
Ecco, farò un film del vero e del falso – dei loro splendidi volti catturati nell`attimo prodigioso della finzione. Non ti è mai venuta voglia di vomitare vedendo invecchiare un fascio di energia pura come James Cagney? Non hai mai imprecato contro il tempo osservando gli occhi di Claudette Colbert diventare opachi, perdere, con lo scorrere del tempo, quella luce di incantevole ironia?
I miti smascherati. Non solo Rita, ma Keaton, Gilbert, Stroheim, Welles.
Ma non corriamo troppo: come sempre, mi ubriaco di idee. Questo sarà un film su Rita, (non contro Rita, mi pento ancora della mia giovanile ferocia), come "Quarto Potere" lo fu su Charles Foster Kane. (Anche se Rita, muta e alienata, non avrà mai la forza di dire Rosebud, come Kane).
Un film del vero e del falso. Il vero è il film immortale, il falso è la vecchiaia reale. Che stupido quando, nella "Signora di Shangai", volli fare a pezzi il suo mito! Fu facile e deludente. Ma la vita è più ingegnosa delle finzioni dei registi e l`ha massacrata meglio.
Il vero e il falso: ho già girato un film su questo. Ma "F for Fake" è stato un fiasco e dovrei stare zitto, soprattutto con te che lo hai finanziato, e non insistere più con questa voglia di sperimentare idee. Ma "F" non è stato un gran che, ho voluto solo fare l`istrione, il re dei falsi, e inventarmi un capriccio in libertà. Mi dirai: piantala di dire stronzate e finisci "The other Side of the Wind". Ma come posso? Troppo sublime, troppo felliniano. E io sono un cialtrone, un Falstaff insolente.
Cosa vuoi farci? Era destino che, alla fine, ci fossi tu ad ascoltarmi. Ma oggi, se ti chiedo ventimila dollari, oggi ho un`ottima ragione. Anche i produttori che si spaventano alla sola parola Welles - l`orco mangiadenaro - non avranno niente da ridire.
Cosa ne dici, Peter? Ventimila dollari: giusto per pagare l`affitto dei materiali e la distribuzione del film. Il mio ultimo film, speculare al primo.
Titolo provvisorio: OMBRE.
Non ce n`è un altro migliore: la magia del cinema, i miti come fantasmi, il bianco e nero, i contrasti, gli incubi. Tu lo sai, Peter: le OMBRE... Il colore uccide, per eccesso di realtà, ma il bianco e nero... Dio, che forza!
Sarà un successo strepitoso: chi ama Rita si commuoverà, chi la odia proverà un sadico brivido di piacere. Tutto calza a pennello. La forza del mito e la violenza con cui viene straziato. E io, ancora regista, ancora vivo, redimo il tempo, lo domo, lo torco, trasformo la faccia morta di Rita in quell`eccezionale maschera vivente che i suoi film non ci permetteranno mai di perdere.
Tutto sarà rigorosamente vero: Gilda e il documento di cronaca, Trinidad e le foto del matrimonio con Alì Khan, Pioggia e la sua faccia impietrita dall`Alzheimer, ma, sotto la lente impietosa del cronista di un`apocalisse, il declino della donna reale coinciderà con il mito reale della diva. Il magnetismo del sogno si confonderà all`orrore del risveglio.
Qual`è il sogno e quale la realtà? Cosa dobbiamo ricordare e cosa dimenticare? Chi è l`attore e chi l`uomo? Chi è falso e chi vero? E questa vita non è forse, come diceva Shakespeare, la favola di un idiota, che non significa nulla? La corruzione fisica un destino a cui il cinema si ribella e combatte, perché non vuole e non può soccombere, perché cerca una giovinezza e un`immortalità senza sconfitte? Quella giovinezza e quell`immortalità è racchiusa tutta lì, nel ballo sensuale di Gilda, nello spogliarello del guanto, nello schiaffo di Glenn Ford - più che in tutte le tristi scopate con me.
Io voglio dirigere un doppio film - la storia mortale e la storia immortale di Rita. Voglio essere ignorante e innocente, come ai tempi di Quarto Potere. Non c`è più Gregg Toland a fotografarlo ma cercherò di fare miracoli lo stesso: sarà un film sgradevole ma esatto, sulla volgarità della fama e sugli inganni del tempo.
In "Ombre" userò, in modo rigoroso, i primi piani: sarà necessario. Non come in quel nauseante melodramma che girarono, in suo disonore, per la TV, nel 1982, dove inquadravano Rita come una persona qualunque.
Sarà un film etico, come tutti i miei film; sarà una danza macabra, e solo uno stregone come me, tanto ruffiano da non avere nessuna ideologia, potrà mostrarlo, questo strazio che divide il volto «reale», stupido, gonfio e corruttibile, dal volto «vero», che sorride o bacia o muore, nella luce incantata dell`inquadratura.
Il cinema è l`immortalità del volto, è la meraviglia del corpo: e dura l`attimo in cui dura, approfitta dell`attore, lo mastica e poi lo sputa, e quello diventa una scoria, che continua a sopravvivere in modo casuale. Come me, come Rita. IO DEVO DIRE QUESTO. Tacerlo non avrebbe significato; e mi sembra realistico che a parlare dell`immortalità sia un vecchio, un regista sicuro che il suo volto deformato dal trucco - ricordi, povero Kane? povero Quinlan? - sia più vero della faccia rugosa che si ritrova davanti allo specchio alla fine della sua vita.
Sono crudele, Peter? Dovrei lasciare Rita al suo destino di zombie? Forse. Ma tutta la vita è casuale e terribile. E io voglio dirlo a chi, come me, è immerso nei destini degli attori perduti e dei registi falliti.
Un certo Robert Colaciello scrive, di uno dei suoi ultimi film: «Cosa si può dire di un film in cui si vede Rita Hayworth che pompa benzina e frigge due uova? Rita Hayworth a un festino di drogati che fa le fusa a Ed Begley?». E io devo permettere a un qualsiasi Colaciello l`ultima parola sul destino di un mito?
Ti prego, Peter, trova i produttori. Sarà un film eccezionale, il mio. Aiutami tu. Voglio partire domani. Voglio dirigere ancora. "Ombre" sarà il mio "Cuore di tenebra".
Non ti preoccupare: di salute sto bene. Il cuore non fa più i capricci. Ventimila dollari: non ti chiedo altro. E sarà l`ultimo film di Welles.
E anche se non otterrai nulla, pazienza! Io lo girerò lo stesso, come posso, anche con una cinepresa a 16 millimetri! (Ne avevo comprata una, dieci anni fa, per dirigere Il Piccolo Principe, ma non l`ho mai usata e non ho mai fatto il film. Non riuscivo a trovare la faccia del bambino che l`aviatore incontra in mezzo al deserto. Non potevo trovarla. Era la mia faccia di quando ero bambino e non sapevo nulla del cinema ...)

tuo O.




All`inizio del 1978 Rita Hayworth è colpita dei primi segni del morbo di Alzheimer; in quegli stessi anni Orson Welles è impegnato in diversi progetti di film, destinati a non essere ultimati e talvolta neppure iniziati, fra cui The deep, The other side of the wind, King Lear (dalla tragedia di Shakespeare) e Hearth of darkness («Cuore di tenebra»), dal romanzo di Conrad. In un`intervista degli anni `60 Welles confessa: «Odio in generale le donne, perché non riesco a conoscerle veramente. Sono imperscrutabili. Le donne mi confondono e mi spaventano. Non sanno nutrire amori profondi, non hanno senso dell`umorismo, non sanno sognare».






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