Marco Ercolani
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GALLERIA DEL VENTO (Luigi Cannillo, 2014)

“Chi scuote questa galleria del vento / dove oscillano fiori e fondamenta / e palpitanti ci animiamo? / Come pianure disperse nella nebbia / misuriamo la potenza del vuoto / respirando l’aria dell’attrito”. Questi sei versi sono l’incipit del più recente volume di versi di Luigi Cannillo, GALLERIA DEL VENTO (La Vita Felice, 2014) e ci conducono a navigare verso uno dei libri poetici più essenziali e originali degli ultimi anni. Quattro le sezioni in cui è composto: "L’ordine della madre", "12 segni", "Il rovescio del corpo" e "Berliner". Nella sua bella prefazione Sebastiano Aglieco mette in evidenza due aspetti di questa poesia: l’esperienza della perdita e il senso del corpo, visti come necessità di maturazione.
Io vorrei sottolineare, nella prima parte, la pienezza mai sentimentale della parola poetica, che affronta il disordine della morte materna con una compatta e musicale compostezza dove la musica del verso accetta e contiene la necessità del dolore in un ordine nuovo. “Anche il corpo allo stremo / continua a proteggerci figli”; “L’ordine della madre impronta / forme e limiti, ogni creta/ e vetro in ogni armadio: / quanto accanto, quanto a distanza / mormorando il nome”. La voce di Cannillo, classica, si intona su un tempo da adagio. “L’origine, lo spazio si dispongono / nelle valigie, così l’universo / viaggia con noi, stabilito / nei nostri gesti e nel sonno”. Sembra che Luigi tenti, con questo libro, una propria rinascita attraverso le parole: le immagini sembrano accompagnare una sua misteriosa ri-costruzione di sé. “Non lasciarmi come se questo gelo / fosse un intero inverno / noi attraverso il sogno / fino alla balaustra sulle punte”; “Il desiderio ormeggi al confine / sulla soglia irremovibile del corpo / mentre ogni ramo e onda / sono vene e pelle bagnata di luce”. Questa navigazione nel corpo ha rotte non previste ma procede per lampi di quotidiano splendore, per immagini piene e gioiose. E nella sezione finale, Berliner, leggiamo: “Le antiche tavole parlano ancora / di morte come eterno sogno / di una strada che ritorna”; “Anche da qui si scrive / con il coraggio della separazione”. Il “passo sospeso” di Cannillo trova, alla fine del libro, un cielo del nord, non verticale, con cui identificarsi. “Nella battaglia delle luci / la strada resta in ombra, aspetta / che il cielo si capovolga sull’asfalto / e l’arco si distenda fino ai laghi / Il cielo siamo noi, i nostri sguardi…” ("Cielo privato", per conoscenza del lettore, è il titolo di una delle più recenti raccolte del poeta). L’intensa, slontanante, ma sempre intima atmosfera dei suoi versi, qui si orienta e costruisce lentamente la sua forma. “La prua della finestra si dirige / decisa verso un teatro vuoto”. Ecco da dove emerge la forza di questa poesia, anche rispetto ai libri precedenti di Cannillo: nel non corteggiare il vuoto con parole oblique o irregolari o turbate, ma nell’osservarlo e descriverlo frontalmente, a ciglio asciutto, con triste ma lucido affetto. Il lutto iniziale, invece che abbassare le difese e aumentare la vulnerabilità dell’uomo, ha permesso allo sguardo del poeta di orientarsi con un nuovo ordine nel “vago” delle cose, attraverso un atteggiamento di leopardiana, pensosa fermezza. “Ricercare nella foresta vuota / gli stessi passi, lo sguardo spalancato / anziché fiorire i sentimenti / passeggiare da solo fra le aiuole”





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