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Atti di giustizia postuma (Matisklo Edizioni, 2014)

Bruciarlo è meglio. Ma non lo volendo bruciare, serbarlo come un libro di sogni poetici, di invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicità dell’autore.
Giacomo Leopardi

So che non posso cambiare l’avvenire, ma posso cambiare il passato.
Toni Morrison

Un libro scritto per disorientare la letteratura. Ottantaquattro racconti in forma di lettere, saggi, taccuini, mai scritti dagli artisti che se ne dichiarano autori. Atti di giustizia postuma che vogliono correggere la storia attraverso emozioni non espresse nel passato e che io, da lucido medium, da spudorato “fingitore”, da critico visionario, mi prendo la libertà di mettere in luce. Mai lasciare morte le vite che possono ancora parlarci. Mai credere che la morte sia definitiva, se esiste una scrittura che rende sempre reali i fantasmi.

Cromatismi


Dove Carlo Gesualdo, principe di Venosa, trova, nella poesia di Torquato Tasso, dolorose risonanze con la sua musica.

Ferrara, 11 ottobre 1585.


Caro Torquato,
comprendo il tuo tormento. Ho provato anch`io una pena simile alla tua, anche se non persi la ragione. Vivo a Ferrara fuggito da Napoli. Uccisi due esseri umani: mia moglie e il suo amante. Cosa aggiungere? Il mio secondo matrimonio con la figlia del principe è stato solo una maschera sociale, una garanzia di esistenza. Io sono ancora quelle due morti. Non ho altro di mio. Faccio madrigali per caso, perché nel mio ricordo c`è la profondissima tenebra di quel delitto. La musica è l`unico modo di svelare il mio crimine senza raccontare un solo particolare della scena, senza addentrarmi in ricordi proibiti, vertigini, incubi, oscurissime colpe. La musica, fitta di cromatismi ma astratta, me lo consente. Quando le note risuonano, rispondono al pianto, senza svelare l`oggetto del pianto; sono come sassi, se li tocca il vento; sono come le tue rime, ma senza le parole.
Perdonami. Dire di questo a te, che hai sofferto follia e mancanza di senno, è impudenza, e mi affanna. Ma solo il mio Torquato, poeta di travagli, mi comprenderà, se la sua vita, come la mia, è ombra che viene dall`ombra.
Carlo Gesualdo principe di nulla


Cuore di vetro


Pagina inedita di Tomaso Garzoni dall’Hospidale de` Pazzi incurabili.

1588, circa.


A nessuno confessa di avere un cuore di vetro nel petto; striscia piano contro i muri, appena osa il respiro. «Può frangersi - pensa, e si tiene le mani ben strette al torace, proteggendolo dagli urti e dalle percosse de` corpi. Pazzo, malinconioso, salvatico, si aggira per il borgo di Lupo a notte alta. Sente che deve andare via per sempre. Sa che il semplice abbraccio dell`amico può essergli fatale. Per questo si guarda attorno sospettoso, che nessuno lo veda, che nessuno lo riconosca e lo chiami per nome. Parte da Lupo. Cammina da solo per giorni. Alto e muto, cammina lontano dagli umani. Sogna, quando dorme, di essere statua di marmo, resistente e solidissima. Si ridesta corpo di vetro. Avanza per luoghi deserti; la minima caduta potrebbe rubargli la vita, col romore dei cristalli spezzati. Prosiegue. Poi, d`un tratto, comincia a pensare. E se non solo il cuore, in tutto il suo corpo, fosse di vetro? E se triste metamorfosi fosse appena cominciata e dal cuore si espandesse a tutto il resto della sua misera carne, agli occhi e al cervello, agli arti e alla schiena? Tra breve tutto il corpo gli sarà come nitido specchio, e molti di quelli che passeranno accanto a lui si vedranno dentro la sua pelle e piano piano lui smetterà di esistere, non sarà più nessuno, solo quei corpi vivi e cangianti, molteplici e infiniti, mescolati come immagini, che si rifletteranno, si rifrangeranno, si confonderanno, e lui non avrà addosso niente della sua persona vera, e allora, cominciando a ridere, debolmente ma irresistibilmente, obbedirà con naturale umilitade alle voci, ai gesti, ai pensieri segreti delle altrui vite, senza più temere per la inesistente sua.

Ground


Dove Henry Purcell parla, a un amico, della sua personale etimologia di Ground.

Londra, 1612.


Neppure in questa occasione, mentre mi esorti a discutere i miei ground per clavicembalo, avrei molto da dire. Sono tanti i significati della parola ground: suolo, terra, fondamento, causa. Sul ground si edifica, si fonda, si insegna, si gettano àncore. È il fondo, il primo strato, il canovaccio: è l`istruzione. Per questo, a mio avviso, tutti i pezzi che nomino ground, tutte le composizioni che si fondano su qualcosa di solido e di terreno, sul basso ostinato da cui nasceranno passacaglie, ciaccone, variazioni, «follie», devono essere malinconiche. Istruzione fa sempre rima con distruzione. E la distruzione è proprio quel dolore che rende la vita inaccettabile come è e ce la mostra come dovrebbe essere.
In questi giorni, casualmente, scrivo solo ground per clavicembalo. Lavoro accanitamente, senza provare nessun tipo di affetto. Considero pericolosi gli stati emotivi. La mia emozione è prodotta solo dalla potenzialità e dall`efficacia dello strumento che uso, o dalla lunghezza della composizione che scelgo: è un calcolo preciso di effetti, con cui adesso non ti voglio annoiare, ma che risponde a una necessità filosofica, a una matematica senza illusioni.
Molti si stupiscono di non vedermi, come immaginano, perennemente malinconico, chiuso nella mia dimora a lamentarmi della più triste delle esistenze, inquieto e sospettoso, malcontento e invidioso, a girarmi e rigirarmi nel letto come morso da un`ape, vagabondando da un sentimento all`altro, impaziente e infelice, senza concludere mai nulla. Per fortuna non ho questa disgrazia. Non provo la tristezza e la nostalgia che affliggono di solito il genere umano: semmai, ne conosco altre, di cui non posso parlare. E tu, che mi ascolti, dovresti essere simile a me, se ami Didone ed Enea. Prepàrati dunque alla mia musica: un puro sentimento di dolore che, dalla ferma linea del basso, muove all`acuta intensità della melodia. Ground, come dicevo. E chi ignora i significati del termine ne sia ugualmente turbato, come dalla risonanza di una corda che vibra nell`acqua o sottoterra.

Tuo Purcell


Barricades mistérieuses



Dove François Couperin discute del tempo con cui suonare le Barricades mistérieuses.

Parigi, 16 marzo 1633.


Sol minore. Rondò. Da eseguire vivement, come ho scritto. Non è L’Olimpique o L’Insinuante, La Seduisante o Le Bavolet flotant. Nessuna dolcezza. Questo rondò, il quinto del Sixième Ordre, genera nel mio spirito una singolarissima attrazione. Devo suonarlo come un tema semplice, ripetibile. Né malinconico né allegro né grazioso: ma ipnotico, magico, imperscrutabile. I diversi couplets lo ripetono, in un morbido sol minore, senza evidenti variazioni. Ma, ogni volta che smetto di eseguirlo, devo eseguirlo ancora, perché qualcosa non è andato come doveva, ora mancava il rigore, ora la leggerezza: un incantesimo mi spinge a suonarlo di nuovo, e non vivement, ma lentamente, misteriosamente, perché il tema mi chiama, mi vuole, mi cerca ancora. Non ce la faccio a districarmi, a liberarmi. E poi, il titolo che ho trovato in sogno, che non so spiegare in nessun modo - Barricades Mistérieuses...
Ma forse una chiave c`è. Se ascolto scendere e salire il tema diciotto volte, come un`onda che batte sugli alberi, vedo il movimento dell`onda contro dei tronchi, in una pianura invernale, come se il mare avesse fatto la sua apparizione fra querce e faggeti, in tutta la sua improbabile immensità. L`onda si infrange contro qualcosa di solido, un legno chiaro, forse non sono alberi, magari è una palizzata, tante travi sottili di legno, fuse insieme - un canneto? -, quasi bianche per i bagliori della neve. È un giorno d`inverno. Nel mezzo del bosco semigelato l`onda batte contro un sottile fascio di giunchi, un muro di canne. Barricades. Con quel ritmo esatto. Mistérieuses. Il motivo continua a scendere, a salire, a non fermarsi. Un moto liquido. Un mare apparso prodigiosamente fra i boschi. Una regione fatata, fiori che non ricordano nessuna stagione normale - e quel suono, lì in mezzo, il mio lento, rigoroso rondò. Oltre, più nulla. Solo quel suono. Continuo a ripetere il tema, comincio a vedere. Onda, legno, neve. L’acqua, prigioniera, manda echi tra le canne. Cosa, se non questo, si può vedere, si può sapere, di reale, nelle Barricades Mistérieuses? Ricomincio a suonare. Non vivement. Plus doucement, come è necessario.

Couperin


Ossa e rocce


Dove Hercules Seghers, acerrimo avversario di Rembrandt e incisore di paesaggi petrosi da cui l’uomo è assente, difende la sua idea antipsicologica dell’arte.

Amsterdam, 1629.



Il mondo: rocce aguzze. Il mio corpo: ossa. Io vivo da anni nelle mie ossa e nel mio mondo: una valle assolata, le rocce spaccate; esseri umani minuscoli, le mani strette a mappe invisibili; la sabbia scende dal cielo e le montagne si ricoprono, fino all`orizzonte, di granelli fittissimi, le rocce sul punto di accartocciarsi sotto quella pioggia vorticosa e scura. La natura sembra andare a fuoco, il cielo è coperto da un velo color del rame. Poi cancello quelle forme: il paesaggio deserto sprofonda in una foschia ancora più spessa. Le raffiche soffiano una dopo l`altra, incessanti, tanto da trasformare le rocce in nebbia e i naufraghi in polvere. Al terzo stadio dell’incisione la tormenta è finita. Col bulino disegno rovine: grandi macchie scure, come masse di sabbia, e grandi aree bianche, come oasi abbacinate.
Non c`è nessuno, fra coloro che furono e sono pittori, a garantirmi di essere vivi, se non coloro che vissero dentro la pietra e la portarono alla vita - l`Antélami, Michelangelo. Nella Valle con fiume ho raffigurato la condizione più autentica dell`uomo: i vivi che non hanno più la forza di spostare i morti e restano immobili accanto a loro, aspettando che la fine li sorprenda e li risparmi dalla fatica di camminare ancora. Sul foglio ho impresso segni più leggeri per i vivi e più marcati per i morti, e qui e là ho accennato ombre di fuochi.
L`arte è non credere al senso metafisico delle architetture ma pensare che la roccia è roccia e l`uomo uomo, senza altra compagnia che quel fuoco vacillante. La grazia è il coraggio di incidere un paesaggio irrimediabile, che non verrà salvato né dai naufragi né dalle aurore, ma sarà sasso crepato nella sabbia.
Ho visioni, incido la materia, ma non è come respirare. L`aria mi vuole, mi insegue. Soffia da fuori e da dentro, viene dal mondo e dai polmoni. E io, in mezzo, ostinato, a incidere, in apnea, un paesaggio aguzzo, osseo, composto di pietre e di sabbia. Non reggo più, lascio il bulino. Le mura di Amsterdam non ci sono più. Nella volta del cielo, al confine dell`orizzonte, l’aria soffia tanto forte da formare una parete di roccia. Tasto la parete, è terra arida; a tentoni smuovo radici e pianto semi.
Nell`anno e nel giorno dell`oscurità, quando non c`erano né giorni né anni e la terra era ancora coperta d`acqua, pezzi di argilla si mescolarono a spruzzi di schiuma e apparvero isole di ossa e di sassi, immerse nel buio; ma, non appena soffiò il vento, le isole si urtarono, generarono fumi, vapori, ombre - divennero le mie immagini del mondo.
Ieri ho sognato che non mi chiamavo Hercules Seghers ma ero un pittore cinese dell`anno 1000, di nome Wang Vei, e sognavo che di tutta la mia opera sarebbe sopravvissuta solo la copia malfatta di un rotolo mediocre Schiarita dopo una nevicata, e l`originale ma prevedibile Paesaggio sotto la neve. A quel destino, rappresentato da immagini inappellabili, non potevo opporre niente: avevo un bell`alzare la voce e mostrare i miei veri quadri, srotolare i paesaggi e le figure, ostentare la complessità dei chiaroscuri: un velo opaco si stendeva fra me e gli altri, che si allontanavano e diventavano minuscoli, la mia voce non li raggiungeva più, le mie tele si perdevano nella nebbia, e io affidavo a poche righe d`inchiostro, nel novembre dell`anno 958, alle frontiere del Tau Pin, vicino al fiume Oseza, nel Promontorio delle Sette Ali, mentre la luna appariva nel cielo fra le due valli, la storia infelice dello sciagurato Wang Vei che, nella solitudine del suo eremo, si ubriaca e dipinge un polveroso deserto di rocce che nessuno ricorderà anche se lui è stato il celebre Wang Vei, il pittore più insigne dell`epoca Tang, virtuoso dello tsao, perfetto calligrafo...

No: non affreschi di santi, non Angeli che trascrivono Vangeli, non mille Osanna al Signore. Con me le mura smettono di servire Dio. Rendo grazie a me stesso e dipingo Ivan il viaggiatore. Ivan entra nel bosco, la fonte lo incanta, l`anello magico lo rende invisibile, duella con Ascalon e lo uccide, assiste al suo funerale, si innamora della vedova del morto, ma lei non lo vede, Ivan fugge via, traversa mille paesi, impazzisce, rinsavisce, ritorna, torna visibile, lei lo vede, si innamora di lui, esultano, si sposano. Nessun dio governa la storia. Solo Ivan, furioso, che durante la follia si ciba di rovi e piscia fra le pietre. Solo Ivan, innamorato, che emette urla di giubilo.

L`artista è uno che si toglie un orecchio e lo inchioda alla porta perché altri viaggiatori, prima o dopo di lui, vengano a gridarci dentro. Io sono uno di questi. Ivan non ha fede ma solo sentieri. La fede provoca roghi e processi. Dio non è proprietà dei vescovi e degli inquisitori: è dentro la pelle e non può essere visto. Tutto è così realmente divino da non avere bisogno di nessun`altra immagine che non sia l`uomo nudo e solo che incontra un altro uomo, nudo e solo come lui.

Ubriaco, lo straniero stramazza dal dorso di un asino, mentre traversa la forra strettissima. Batte la testa e muore. Anni dopo, passando da quella forra, un pittore vede il teschio di un uomo biancheggiare fra le pietre e decide di dipingerlo.
Io solo conosco la grazia che si concede alle ossa nude degli uomini, quando vengono viste da altri uomini. È una grazia immutata nel corso dei secoli: dare parole alle vertebre calcificate ai crocevia e sparse nell`erba dei campi, fare che il vento soffi nelle costole e nei teschi come nelle gole della montagna, formando echi di suoni.
Elsheimer - mio malinconico compagno di paesaggi - è d`accordo con me. Entrambi odiamo la facile retorica di Rembrandt (quando copiò la mia Grande Valle la affollò di personaggi che non c`entravano nulla con quel misero pietrame). Ma Rembrandt genererà secoli di colori e di psicologie; noi, invece, resteremo come falangi appese ai muri, e nessuno darà peso alle nostre mani perdute.
Ma intanto, al lavoro. Orizzonti bassi, cieli opachi, terre che sembrano rocce. Paesaggio deserto. La sensazione che il bulino sia il piccone con cui spezzettare la pietra in schegge. Ogni scheggia, benché microscopica, è segnata dall`impronta di un corpo, dalla traccia di un nome.

Il Portacroce


Dove, all’amico Chantelou, Nicolas Poussin rivela la natura dolorosa dei suoi autoritratti.

Roma, aprile 1646.


Caro Chantelou,

come ho già scritto all`amico Jacques, non ho più gioia e salute sufficiente per impegnarmi in soggetti tristi. E vi assicuro che, se della mia ultima Crocefissione avessi dipinto anche il Portacroce, sarei morto d`angoscia. Ma voi serbate il disegno di quel volto: meritate di custodirlo e di meditarci sopra. Noterete gli occhi bassi, la fronte curva, la bocca serrata. Vi colpiranno la mascella malrasata e il cranio quasi calvo. Una faccia rozza, torva, da schiavo percosso, da umiliato, da rivoltoso: qualcuno che, d`un tratto, per non si sa quale pensiero arcano, vuole reggere sulle sue spalle possenti la croce del Cristo: ma, mentre la regge, nasconde gli occhi e sembra assorbire, in quello sguardo che ci è proibito vedere, tutto il dolore e il rancore della condizione umana. Conservàtelo. Non appena sarò in condizione di continuare il quadro, vi chiederò di reinviarmelo.
E per l`autoritratto che mi avete commissionato, pazientate ancora. Sapete bene quale ritrosia provi nel definire i tratti del mio viso: se volete intuire quale potrebbe essere ora il volto che non voglio presentare ai vostri occhi, date una sbirciata al disegno del Portacroce. Guardate più a fondo nei suoi occhi bassi, nelle sue orecchie attaccate alle tempie, piene di urla che non udiremo mai. Niente a che fare con il nobile Portacroce del Vecellio.
Spero che domani la mia depressione sia più lieve.

Vostro Poussin


Il sogno della curva


Dove Francesco Borromini, vicino alla morte, delira di angoli e di curve.

Roma, 1 agosto 1667.


Ogni cosa acuminata, amico mio, è un atroce dolore per me. Penna, pennello, scalpello, feriscono. Da bambino sognavo che il sangue mi usciva copioso dalla mano ferita; non urlavo ma vedevo un mondo parallelo, tanto morbido e curvo da liberarmi una volta per tutte dalla tirannia degli angoli acuti, un mondo sinuoso, non felice, amico mio. Non desidero dolcezze da paradisi, ma le corazze, le spade, gli orrori delle battaglie, sono un incubo. Desidero, io, Francesco Borromini, che il mio giaciglio sia un letto sospeso, senza travi, senza punte, e ogni battaglia una falsa battaglia, ogni combattimento un giocoso incrociarsi di spade flessibili e dolci. Il vero architetto lavora senza una prospettiva, solo su forme continue. Per la stessa ragione non ho penetrato mai nessuna donna, per la stessa ragione ho amato giovani uomini, mi è piaciuto sentire il loro miele nella mia bocca, che piacere c’è ad avere un uncino aguzzo che penetra il pelo vellutato e buio di qualche bellissimo corpo femminile, lo capisci, amico mio, quanto siano straordinarie le favolose stalattiti celesti di un luogo sacro, le superfici decorate, le cupole, le volte, le finestre traforate, pietra marmo stucco gesso e tuorlo d’uovo, materie che non impongono nessuna necessità, nessuna prospettiva, sono lì, simultanee, dentro il mio sguardo, non penetrano e non tagliano, eccole, tutte una superficie ondulata, rettangolo cerchio trapezio, gli azzurri che si intrecciano ai grigi, in una sola ipnosi, l’uomo non dovrebbe essere pronto a disporre, combattere, prevedere, ma a farsi pervadere da un lento, unico sguardo, che non è mai il suo, perché gli artisti reali sono tutti anonimi, amico mio, da tempo combatto con Bernini non perché lui sia l’avversario da odiare, a me non importa niente delle sue vittorie, io voglio che vinca la magnifica curva delle cose, la felice spirale del mondo, ma così non è e così non sarà mai, le battaglie ammazzano, le spade tagliano, le lame dissanguano, gli angoli precisano, i palazzi violentano, negli angoli di tutte le strade c’è la morte, non quell’albero di arance illuminate dai raggi rosso e oro del tramonto, e domani sarà il giorno della mia, di morte, domani, per mio ordine, il mio servo mi ucciderà, nell’unico modo in cui per me la morte è possibile, un colpo di spada mi trafiggerà in piena luce, davanti alla finestra del mio studio, la lama entrerà acuta nella schiena, questa sarà la fine della mia vita, non mi soffocherà la pietra di nessuna tomba, anche la pietra dura, che da giovane ho modellato con lo scalpello per Michelangelo, nasconde sorprendenti morbidezze, detesta l’equilibrio e la gravità, è docile al tatto, le pietre, come le cose, si chiamano, si rispondono, entrano una nell’altra, come i poligoni, le cupole, le volte di un luogo sacro di qualche immaginario oriente, niente può arrestare ciò che fluisce, tutto si muove, smuove, commuove, sgorga, erompe, mi parla dentro un centimetro quadrato e dentro migliaia di chilometri, all’interno di un’unica estasi, come quando si scrive un libro impossibile ed è difficile precisare il punto della fine, i punti esistono ma sono deboli convenzioni, tutto continua a flettersi, a torcersi, a girare, è come quando si vive in un giardino sospeso, celeste, e d’improvviso qualcuno o qualcosa cade, ramo o corpo, il tonfo turba gli alberi muti, ogni canto si tronca di colpo ed è necessario così, è giusto così, ma che orrore! ti toglie il respiro!, torna dopodomani, se vuoi, ci sarà il mio corpo da seppellire, la spada da togliermi dalla schiena, vorrei che tu avessi questo ultimo, pietoso privilegio, snudare dalla mia carne la lama acuminata, liberarmi con le tue dita delicate dal ferro che mi ha ucciso, ricordo, per l’ultima volta, il senso di sconfinata libertà che ho sempre provato mentre guardavo la chiesa di S. Ivo, la mia chiesa, costruita da me, quel senso di folle, spensierata dolcezza nel vedere tutto quel marmo che si dipana e si libra senza un centro di gravità, senza un angolo, una ferita, senza niente, io vorrei volteggiare lassù, curva dopo curva, io che ho finto di essere un architetto, io, uccello inebriato che non penetra l’aria ma la circuisce, la avvolge, se ne colma, tessendo nell’aria traiettorie aeree, piene di profumi e di voli, prospettive interminabili, volte di architetture impossibili…

L’arte è un coltello


Dove Johann Heinrich Füssli, in una lezione londinese, proclama l’oscenità dell’arte.

Londra, 1826.


Cari amici,

anni fa, in casa di un noto funzionario inglese, ho visto dei gioielli di epoca precolombiana. Ricordo uno sciamano che lotta fronte a fronte con un’aquila. Uomo e animale sono insieme alleati e avversari. L’aquila sembra atterrare lo sciamano, che l’afferra. In un altro gioiello sciamani, armati di spade, hanno l’addome prominente, come se fossero pronti a fecondare. In un terzo un uomo-animale dalla testa mostruosa, di sfinge o di uccello, inginocchiato, succhia il membro di un guerriero dalla testa di fiera, mentre un altro guerriero con la testa ugualmente ferina gli infila il pene nell’ano. Sono figure inammissibili nello stile ufficiale della pittura, ma presenti nell’emozione reale di ogni artista.
Ho la fortuna di non essere poeta. Ho la gioia di essere il pittore Johann Heinrich Füssli. Le parole, nelle fantasie degli artisti, hanno un potere approssimativo nel descrivere l’eros. Le immagini no. C’è qualcosa di sgradevole e di smisurato nei miei personaggi, come in certe figure di Pellegrino Tibaldi, allievo di Michelangelo. Qualcosa che suscita imbarazzo, forse disprezzo, ma che costringe lo spettatore a una strana insonnia. Non rinuncerei mai alla violenta solennità che conferisco alle mie eroine non quando le dipingo ma quando le disegno. Io ho il potere di svestirle, di mostrarle nude o disperate, senza più l’apparato delle chiome e degli abiti, di dare ai loro corpi spigolosi e perfetti un’apparenza da austeri e magnifici automi. Se la mia pittura è mentale, sontuosa, colorata, il mio disegno è spettrale, logico, duro.
In questa mia lezione, oggi, senza peli sulla lingua, vi parlo di un eccesso sempre necessario, ma non esprimibile in forme volubili o ansanti o volgari, come accade in certa mediocre pittura d’oggi. Ogni figura che rappresento è il mondo intero, che sia la scimmia dell’incubo sul petto della donna addormentata o il membro del soldato che penetra il culo di una donna nuda. La sola detestabile idea, per me, è il ritratto, la sua posa artificiosa. È quella posa il trucco osceno che nasconde la verità, come in certi vili paesaggi. Ogni figura che dipingo è forsennata vittima di una tragedia o di un sogno. Come la folle Kate, gli occhi spiritati e grandi, vedova di un amante affogato in mare, che avvolgo tutta nell’onda minacciosa e simbolica del suo mantello.
Sono passati diversi anni da quando non espongo più, e neppure ho voglia di riproporre me stesso, a parte questi disegni. In realtà ce n’è proprio uno di cui vorrei parlarvi. A destra un uomo muscoloso, nudo, piccolissimo, seminascosto da una tenda, la faccia da scellerato. A sinistra una donna seminuda, bellissima, drappeggiata di veli quasi trasparenti. La donna, la testa meravigliosa e grande, curva la testa fra le sue gambe, un sorriso estatico e terribile nella bocca. L’omuncolo la aspetta attonito, come paralizzato, gli occhi colmi di terrore, quasi a immaginare qualche oscura ferita.
Direte: che lezione è questa? Lezione di possibile, vedete. Solo ciò che è possibile vi rende smisurati, non ciò che vedete di inutile e di reale, di stupidamente colorato. Siete inermi, ingabbiati, uno preda dell’altro, fin dall’inizio. Ma potrebbe anche non essere così. Potreste anche scostare la tenda con un guizzo, aprire la finestra, fuggire dalla stanza. L’uomo seminudo è in grado di farlo. La donna è minacciosa ma prevedibile. Lui ha tutto il tempo di sfuggirle; di evitare che lei lo fotta, se gli fa tanta paura. Ma resta immobile. Vuole che tutto si compia. Cosa credete che si augurasse Piero di Cosimo mentre raffigurava, ai lati dell’incendio, tra boschi e radure, dei cervi eleganti dotati di perplesse facce umane?
L’arte è un coltello acuminato: impossibile non ferirsi.

Vostro Johann Heinrich


Guardiano dell`universo


Dove si parla del Panopticum del filosofo illuminista Jeremiah Bentham.

Norfolk, 1833.


Il mio signore Jeremiah Bentham, come cercavo di spiegare a Vostra Eccellenza, sognava di costruire un carcere senza sotterranei e senza sbarre, una prigione totalmente visibile, con un guardiano al centro che potesse controllare con una sola occhiata tutti i destini di tutti i prigionieri in tutte le celle: in realtà il mio padrone Jeremiah Bentham pregustava uno stato di estasi in cui, soprannominato Dio da un popolo di sudditi adoranti, potesse senza esitazioni vedere, con onniscienza assoluta, gli esseri umani, tutti gli esseri umani senza eccezione, ridotti in condizione di schiavitù nel perentorio bagliore del suo sguardo. Non ricordo nessun momento della nostra vita in comune, nella fulgida casa di Abbey Hill, in cui il mio signore, guardandomi, non sapesse perfettamente i pensieri che si agitavano nella mia mente. Quando mi impartiva un ordine e io gli obbedivo, non mi sentivo un servo fedele ma un automa, e ad ogni gesto compiuto era come se gli consegnassi i miei pensieri più intimi, il mio cervello nudo, staccato dal cranio. Vivevo con lui una prigione interminabile, dove le sbarre erano superflue. E per il signor Bentham - tutti ne eravamo a conoscenza - la parola prigione aveva un`equivoca analogia con la parola universo.
Fu per questa ragione, Eccellenza, che quella notte non seppi resistere: poichè mio cugino mi aveva portato dall`Italia del panno nero, buono per cucire tende e panneggi, a me venne la tentazione di tagliare quel panno e, nel corso della notte, di appenderlo ai muri, ai vetri delle finestre, alle porte e agli specchi, in modo che il mattino dopo, al suo risveglio, il mio signore e carnefice, l`illustre Jeremiah Bentham, mentre scendeva la scala dalla camera da letto alla sala da pranzo, cacciasse un urlo tremendo, accecato dal nero del mio macabro scherzo.
Purtroppo, il cuore del mio signore non ha retto e ora egli giace fra la vita e la morte. Non posso che sperare in una sua pronta guarigione e nella clemenza dei giudici verso chi é stato schiavo, per ventidue anni, di un folle tiranno come il mio padrone. Se per un attimo ho osato spezzare il suo sogno di essere guardiano di tutti gli umani, un sogno che forse tutta l`Inghilterra aveva sognato con lui, vi supplico di perdonarmi: è stato solo lo scherzo di un umile servo quale sono, io, l`infame Thorn, quarantasei anni, sposato e padre di due figli, uno dei quali, Vostra Eccellenza, è l`idiota che vi degnate di fustigare ogni giorno nelle vostre scuderie.

Philiph Thorn


Si può fare


Dove sono riportate alcune riflessioni di Hippolyte Bayard, il vero inventore della fotografia.

Parigi, 1840.


Ho molto amato i disegni di Alexander Cozens, un pittore inglese nato a san Pietroburgo. Quando guardo un suo paesaggio, in qualche museo, mi sembra di vedere una montagna ma troppo da vicino. Distinguo quelli che appaiono crepacci, dirupi, forre, versanti. Ma è tutto un nero opaco, un velo scuro. Sembrano segni tracciati in stato di sonnambulismo. Li osservo con meraviglia. In fondo è quello che vorrei fotografare: un paesaggio, un volto, un punto, che non esibisca la sua forma familiare, ma sia una rete intricata e indecifrabile come lo è l’anima durante il sonno, quando le vertigini si intrecciano alla realtà e ci si sveglia con il desiderio di mettere in luce quanto sfugge alla mente. Mettendo in luce, inevitabilmente si sfuocano i contorni, le linee, i colori, e alla fine resta solo l’inchiostro, la grande macchia scura, matrice di altre piccole macchie scure, e si aspetta che torni la nuova notte, per tornare a sognare. L’uomo vive con i suoi incubi come unico orizzonte. Ma poi, alla fine, questo orizzonte unico è solo un prisma che rifrange mille luci diverse. Ho inventato la fotografia per trovare questa rifrazione.
Il mio autoritratto è finito: Autoritratto come annegato. Si scorge la mia sagoma, sono addormentato su una sedia, immerso in una nebbia biancastra, le mani scure come putrefatte, il grande cappello appoggiato al mio fianco. Avrei voluto fotografarmi magrissimo, con un teschio fra le mani, ma poi ho cambiato idea e ho deciso di affondare il mio corpo dentro questa evanescenza. Come se fossi un bagnante sdraiato tranquillo su una sedia, ma sotto strati e strati d’acqua. Sommerso. Sotterrato dall’acqua. Eroso. Perché mi sono ritratto così? Daguerre grida al mondo che è lui il vero inventore della fotografia e io un volgare impostore. Ho voluto fargli uno scherzo: dimostrargli che, per la delusione sofferta, mi sono annegato, e fotografarmi. Ma in realtà io non scherzo mai. Io voglio continuare il mistero di Alexander Cozens: rappresentare l’invisibile. L’invisibile è necessario, il visibile volgare. Questo bianco del corpo, questo nero delle mani, questa narcotica spettralità – la fotografia - non è solo una fantasia della mente. Io l’ho realizzata fisicamente, con carta e cloruro d’argento. Si può fare.




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