Marco Ercolani
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Preferisco sparire. Colloqui con Robert Walser 1954-1956 (Robin, 2014)

Etica

Mio giovane amico, mi sono fatto aprire io le porte di questo luogo: è proprio per un insopprimibile bisogno etico che ci sono entrato dentro, quasi senza accorgermene. Sì, mia sorella era d’accordo. Ma io più di lei.
Etico è sparire. Non esserci più in mezzo alle persone che credono di essere vive. E quale luogo migliore di questo per affermarlo in modo definitivo, con la complicità della vostra inutile scienza?
Ora posso intrecciare canestri e legare pacchi. Guardare scorrere le stagioni. Scrivere poesie e godermi la loro inesistenza. Il tempo in cui dovevo dire chi sono (ma sono pentito dei monologhi di Simon nei Fratelli Tanner, tante, troppe parole, che sequenza di pagine uguali!) è passato da un pezzo. Ho anche avuto troppo tempo per dirlo, ma allora i pianeti giravano con orbite graziose e io li assecondavo. Oggi li sento immobili e li guardo come un solo punto, non mi vanto di loro, e certo non loro di me. Mi guardo le dita, c’è aria che le separa, tanta, troppa aria, e vibra fastidiosa nelle orecchie!

Ridere?

Ho nostalgia di quando copiavo inviti a cena e biglietti da visita di dottori, allora ero felice come un bambino, immaginavo che la mia scrittura producesse cibi deliziosi o curasse malati inguaribili: cose che la mia calligrafia certificava con arabescata precisione. Oggi non lo credo più. Oggi non so dove andrà il mondo, anche se qui a Herisau è facile prevederlo. Guardàti sempre da facce attonite, si affonda in occhi che vanno non so dove. Un lungo alone, un rumore di voci, un’eco, e poi il sonno.
Però niente lacrime.
Al contrario, bisognerebbe ridere e non smettere.
Qui, in tutto il manicomio, ci sono tali palcoscenici che potrei scrivere farse in un atto se solo avessi voglia di intrecciare ancora meraviglie su carta.


Imminenza

Sei nato in Italia, anche se hai un nome svizzero. Allora ti risponderò con le parole di Dante: “Io dirò cosa incredibile e vera”. Ho motivo di contraddire proprio io il grande regista delle cosmogonie, il perplesso uomo che sviene negli inferni freddi e roventi? Lo scrittore ha il compito di accostarsi all’incredibile e di mostrarcelo come vero. Ho amato molto i romanzi d’avventura per questo, i loro eroi e i loro autori, da Dumas a London, da Aramis a Martin Eden. Accadeva qualcosa di nuovo nella vita senza senso del lettore: leggeva di moschettieri e di dirigibili, di mirabolanti avventure nel centro della terra e di vagabondi che vagano fra le stelle vivendo tante vite. Non sapevo mai cosa sarebbe accaduto nel prossimo capitolo. Forse la rivelazione di qualcosa che non si sa se avverrà è la vera magia: è l’estetica di cui parlano gli eruditi. Una cosa imminente ha questo potere: ti affonda nel sonno, ti calma, ti aspetta oltre ogni sogno. Chi rinuncia al mondo è nella condizione giusta per comprenderlo. Solo così tutto ciò che esiste ritorna vero.


Impenetrabile

Difficile risponderti. Non sono impenetrabile. Sono docile alle domande degli altri, ma devono essere le domande giuste. Non posso essere io a chiedermi qualcosa: saprei già tutte le risposte. Qui, a Herisau, nessuno mi chiede nulla. È tutto un leggiadro silenzio. Nessuno sa che io scrivevo, nessuno nomina i miei libri. Dovessi consigliare qualcosa a qualcuno gli direi: scrivi per te, e per nessun altro. Mostra le tua pagina a qualcuno, poi cancellala, dimenticala. Cosa significa, questa funebre immortalità dei libri, poveri oggetti a volte lasciati soli per anni, nelle biblioteche, coperti di polvere come scrigni senza tesori? Gli scrigni vanno aperti e la polvere d’oro sparsa sui sentieri!
Non è vero che detesto gli scrittori vincenti, solo che mi disinteresso a loro. Non mi sento né padre né figlio di quello che scrivono. Vivo una sindrome della fuga? Non so. È una questione di musica, più che di innocenza. I vincenti non mi parlano, sono bronzi sordi. Dentro il paesaggio temporalesco della città in bilico sono inutili gli archi di trionfo. Cosa vuoi che dica? Sotto gli archi pisciano i poeti e passano i girovaghi: io sono lì. Vedi tu a che punto sono superbo.

Schubert

La tua piccola scienza, dottor Weiss…Piccola, troppo piccola, e pensare che potrebbe diventare così grande. Vasta come un panorama che nessuna terra può contenere. Ma voi vi ingegnate solo a descrivere le vostre paure. Cercate soluzioni, non vi fate allibire. Molto brutto, questo, e spiritualmente povero. Il dolcissimo Schubert ci faceva allibire sempre. Così ingenua, la sua musica si snoda prolissa e sublime per valli e sentieri, le sue frasi hanno sempre lo stupore melodioso del wanderer che si ferma in una radura incantata e luminosissima: sono ciò che voi non avete mai avuto e che io non dimentico. Passeggio felice, nonostante l’età. Mi commuovono i cieli temporaleschi. Credo che scrivere derivi dalla paura di guardarli veramente.

***

Traduzione di estratti in francese, a opera di Sylvie Durbec, nella rivista-blog “Recours au poème. Poèsies & Mondes poetiques”, 2015, a cura di Matthieu Baumière:

http://www.recoursaupoeme.fr/chroniques/marco-ercolani-dialogue-avec-robert-walser-extraits/sylvie-durbec




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