Marco Ercolani
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Prose buie (L’Arca Felice, 2013)

Dal lato morale come da quello fisico, ho sempre avuto la sensazione dell’abisso.
Charles Baudelaire

Una volta si scrivevano libri, oggi frammenti di libri.
Carlo Dossi

Chi libererà il messaggio non avrà più identità. Smetterà di essere un oppressore.
René Char


Premessa dell’autore

Ho raccolto, in questo non-libro, frammenti diversi, dal monologo al microracconto, dalla prosa lirica all’osservazione critica, come le pagine di un personale journal interiore, dove appunti autobiografici, ricordi, sogni, invenzioni di storie, sono i mattoni comuni della stessa casa. Il titolo, Prose buie, mi è stato suggerito dalla mia trentennale familiarità con le zone oscure della mente e dalla risonanza musicale tra aggettivo e nome. Un io volatile e trasversale si trasfonde da una prosa all’altra, intonando come voce di un coro alcuni temi ossessivi. Nel mio rapporto personale con questi frammenti, per come sono venuti alla luce e per come li ho composti insieme, non posso che fare mie le parole di Bohumil Hrabal: «Qualsiasi cosa abbia scritto è come se l’avesse scritta qualcun altro».


Prigionieri di Dionisio

Perché urlare, battere le mani, parlare a voce alta? Non è l’eco che conta, dentro l’Orecchio di Dionisio, a Siracusa: è l’orecchio del tiranno, là sopra, capace di ascoltare il minimo bisbiglio. Per questo lo straniero cammina nel buio dell’antro; comunica progetti di fuga agli altri prigionieri con un cenno del capo, senza farsi sentire; traccia sui palmi delle mani, come fosse sordomuto, le vie che percorreranno per salvarsi. La grotta in cui il re potrebbe ascoltare le loro voci è un grande antro pieno di silenzio da cui non verrà fuori nessun suono a smascherare nessun sogno. Tutti tacciono. Tutti sorridono appena. Perché urlare o battere le mani o parlare a voce alta? Uscire dall’antro: è quello il solo progetto.


Uno per uno

Lo straniero lascia l`isola, spinge il remo nelle onde. Un uccello isolato segue lo scafo. Un rombo traversa l`aria, la cascata è vicina. Ha un presagio. Vede l`imbarcazione travolta dall`acqua, il remo che si frantuma, l’uccello che accompagna la caduta con voli lenti. Quando, all`improvviso, a pochi metri dal gorgo, la barca si ferma. Non precipita nella parete di schiuma, come sarebbe naturale. Resta al di qua, immobile. Al vortice della cascata si oppongono le raffiche di vento che soffiano dall`isola. L’uccello vola indietro con strida di dolore. Anche le nubi, sfilacciate dal nuovo vento, si torcono, si sfanno, ritornano all`isola. Gettato il remo nell`acqua, fissa il gorgo bianco. Fermo al centro del fiume, respinto dalla cascata febbrile e dall`isola calma, non aspetta più niente, né dalla terra né dal gorgo. Non vive né il presente né il futuro. Gli alberi delineano in modo armonioso la riva, come un paesaggio immutabile.
Di colpo si trova in un deserto di pietre, sapendo che sono e saranno sempre pietre, nonostante l’aria che le circonda. Non sente l’odore dell’acqua. Pensa solo a come prevedere il prossimo assalto. Sceglie il terreno più utile. Questa volta, nonostante le fatiche estenuanti, non si addormenterà. Li porterà in salvo. Non ci sarà nessun mare a illuderlo, a tradirlo. Un secondo sonno offrirebbe, per la seconda volta, le loro gole inermi alla lama risolutiva, come sedici anni fa quando, svegliandosi, li guardò trucidati sulla distesa sassosa, dopo aver sognato che sarebbero arrivate, sulla spiaggia, le imbarcazioni, le provviste, gli amici. Non vuole più rivivere questo. Stanotte non dormirà. Stanotte li salverà uno per uno perché sono ancora lì, giovani e vivi, accanto a lui.


Liberarsi

Arriva alla fontana, ormai secca. Si china sulla fessura scavata nella roccia. E d’improvviso, mentre il sole gli scalda la nuca, un fiotto d’acqua erompe con tanta violenza che solleva la testa spaventato. C’è qualcosa di strano in quel liquido limpido. Lo sfiora con le dita, l’acqua ha un odore di sorgente fresca, ma non gli sembra vera. Chinando la testa, la percepisce torbida, anche se appare nitida. Alla fine, vinto dalla sete, decide comunque di bere. La sete è insopportabile. Deve arrivare a casa.
Ecco sua moglie e suo figlio, immobili sulla soglia. Se almeno ricordasse i loro nomi! Sa che sono loro (così gli hanno detto) e sorride. Ma vede i loro occhi allibiti. Non lo hanno riconosciuto, come lui non li riconosce. Deve fuggire subito. Liberarsi. Sciogliersi da sé senza l’orrore di farlo, senza allestire una scena ridicola. Non tollera il fracasso delle ossa, l’immagine del corpo mutilato, sangue ovunque, grumi neri, gente allibita. Basterà scivolare nella neve, a notte alta, e sprofondare appena, non per caso, con una vaga intenzione animale. A trentasette anni immergere i piedi nella neve altissima, passo dopo passo, in stati sempre più profondi, finché diventerà impossibile sollevare la gamba destra e allora, gli aghi di ghiaccio sulla fronte, le mani congelate, i piedi assiderati, il torace chiuso, così potrà rendere i pensieri più lenti, più vicini al loro centro, quello che rifiuta la presenza del corpo, le strategie della mente, il calore delle emozioni, quello che nega tutto ma non il bianco, non il bel colore bianco che si deposita adesso su di lui, che lo rende inesistente, invisibile, fermo. Assoluto, come non poteva esserlo prima. E ora bere. Sì, bere tutta l’acqua contenuta nella neve.


Segno

«Lascia che ti mettiamo il segno sul corpo».
Si rifiuta in modo assoluto. Non vuole avere niente a che fare con nessun tipo di tatuaggi. Poi si fa convincere. Lo stendono sul tavolo, cominciano a lavorare con pazienza a quel segno, che gli traversa tutto il braccio sinistro, dall’apice della spalla al dito mignolo.
Il primo di loro dice:
«Ora hai il segno».
Il secondo aggiunge:
«Solo che è invisibile».
Svolta l’angolo, scende nel pozzo spalancato al centro della piazza, invisibile. Curva la testa, poi le spalle, si inoltra nel buio. Scende per pochi metri quando una luce acutissima lo ferisce. Si scherma gli occhi con le mani. Sotto di lui un uomo sta scendendo come lui.
«Cosa succede?» grida.
«Férmati!» dice lo sconosciuto.
«Perché?».
«Qui ci sono i pavoni».
«Pavoni?».
«Sì».
E con la mano indica il fondo, dove scintillano code verde smeraldo e piume bellissime, sospese in un chiarore subacqueo.
«Ma è un incantesimo!».
«Férmati, non scendere! Aspettiamo che volino via».


Ritenteremo

Fa buio, in strada. Stormi di uccelli tutti intorno.
«Avanti, straniero».
Avanza con circospezione.
«Vieni, non avere paura. Vedi, qui c’è un libro».
«Un libro?».
«Sì, un libro da ricucire».
E gli porgono molte pagine, non cucite insieme. Intravede poesie, frammenti, inizi di romanzi: il libro prodigioso, cercato da sempre. Il vento le disperde immediatamente tutte. Cerca di afferrarle, ma invano.
Loro lo guardano con disprezzo.
«Non è lui».
«È uno fra i tanti».
«Ritenteremo».
E, rimesse insieme le pagine sparse, spariscono.


Se tradirà

Seduti intorno al tavolo, lo fissano a lungo. Devono decidere se tradirà o se è pronto a obbedire. Lui cerca di persuaderli che è un soldato fedele. Ha vissuto tutta l’estate in quella casa di vetro. Non lo hanno forse sorvegliato giorno e notte, attraverso le pareti trasparenti che circondano tutto l’edificio, in tutte le ore del giorno? Non hanno forse potuto giudicare la sua condotta? Gli guardano le unghie e le dita. Gli rivolgono domande infantili. Ma non dicono niente, non si scambiano un’occhiata d’intesa. Aspettano, come se dovessero ancora capire. Lui resta fermo, lo sguardo fisso alla parete. Ha sempre odiato quella casa: trasparente d’estate, opaca d’inverno, penetrabile in tutte le stagioni. Ha sempre pensato che un giorno avrebbe potuto tradirli, mostrandosi furioso, urlante, travolto dall’ira, anche se questo non era mai accaduto.


Le cifre del codice

Solo sulla nave che non ha mai visto prima, circondato da marinai che non conosce (una bonaccia pesante incaglia lo scafo). Ma sa tutto. Ha un messaggio importante da comunicare, ma non è un biglietto di carta, un gruppo di parole. Sa. Il capitano lo isola dentro la stiva, gli passa il laser su ogni centimetro di pelle. Deve ricavare da ogni fibra di tessuto, da ogni vibrazione della mente, le cifre esatte del codice. Lo straniero aspetta. Sa quanto sia decisivo quel momento. La sua sola speranza è credere nella precisione dell’indagine del capitano, nell’esattezza del codice decifrato. Tutto deve essere limpido. Lo straniero si difende da sudori, rumori, incubi, pensieri. Non vuole che nulla alteri quello che solo lui può esprimere. Glielo hanno ripetuto mille volte prima che partisse: se il capitano non leggerà interamente tutto il suo corpo, se non decifrerà il codice con scrupolosa esattezza riconoscendolo come uomo, lui sarà impiccato all’albero maestro come un alieno.


Ribellione

Lo straniero si ribella e parla a tutto l’equipaggio: «no, non è stata una strage, non è stata assolutamente una strage, voi vaneggiate. Non mi avete insegnato proprio voi che quella specie era destinata ad estinguersi, che quegli esseri erano dei servi idioti, che avere una pelle liscia e una testa sola è un marchio infamante per la nostra magnifica razza? Non mi avete insegnato proprio voi tutto questo? E adesso mi accusate, ma di che cosa? Sì, ne ho uccisi almeno venti: ho messo a punto, individualmente, lo stesso lavoro di pulizia ecologica che voi effettuate ogni giorno con le squadre speciali. Se mi accusate di strage, è perché non tollerate che un individuo possa prendersi da solo la responsabilità di un atto comune. Non è un caso che proprio questa volta i cadaveri non siano stati rimossi dalla strada, come accade sempre quando pattugliate la città e scatenate le fiamme blu contro quella specie che vaga come una folla di zombies nelle fogne cittadine. Li avete lasciati, lì, tutti i cadaveri, per usarli come prove evidenti contro di me. Perché io ho capito. Ma non mi farete star zitto. Dimostrerò che l’essere che vi accanite a massacrare ogni notte è una persona dotata di emozioni e di speranze – è chi, pochi decenni fa, nelle vecchie enciclopedie della storia del mondo, nel lessico logorato della specie estinta, era chiamato, con inutile orgoglio, uomo.


Il falso catalogo

Il vescovo medioevale stregato dai segni del mondo e dalla magia delle parole, il vescovo che annotava il mondo medioevale in un catalogo interminabile di parole, Isidoro di Siviglia, raccontava di uomini che credono, con miracolosa ingenuità, alla reale cartografia di tutti i punti del mondo; diceva che nessun segno, nessuna parola, può descrivere questo universo incontenibile dal linguaggio perché ogni linguaggio, nel descriverlo, creerebbe un falso catalogo a cui non sarebbe possibile credere perché il mondo, pur non essendo infinito, è troppo vasto per poter essere descritto e classificato, nell’ansia di perderlo; i cataloghi, i sistemi, le nomenclature, le enciclopedie, sono concepibili solo in un sogno limitato e perfetto come quello di Isidoro, vescovo di Siviglia, un sogno esatto, sapiente e impossibile che cancella il casuale pulviscolo in cui tutte le verità fluttuano simultanee e inafferrabili, un sogno buono per un’esistenza da idiota felice, quella del suo fedele discepolo, il quattordicenne Alonso che getta e rigetta lo spago sopra il cortile deserto, mangiucchiando torpido, gli occhi persi nel vuoto, un enorme pezzo di pane, e osservando i segni che le briciole lasciano nella polvere. Isidoro sa bene che tutta la sua sapienza è nata nel momento in cui vide, sul bordo del pozzo, i nodi che, sulla corda, avevano impresso sulla pietra, dopo mille discese e risalite, degli uomini mai visti.


Nushu

Esiste una lingua segreta delle donne cinesi, delle donne analfabete, la lingua nushu. Private fin da piccole della lingua dei maschi, cresciute nelle famiglie come schiave, possono continuare a parlarsi con quel linguaggio semplice e scarno, che ora solo tre donne, di 94, 86 e 82 anni, sono in grado di decifrare totalmente. Tre donne soltanto conoscono il vocabolario e la sintassi di questa lingua in cui non si pronunciano discorsi politici o economici, ma si formulano versi e preghiere, si sogna di partire, si invoca il suicidio. Nushu è la vita che si vorrebbe e non si avrà. Nushu esorcizza le parole dominanti, i padri crudeli, i mariti figli di quei padri, i giorni morti, il cibo da cucinare, i letti da rifare, i membri da succhiare in silenzio, finché i padroni cacceranno via la bocca che li bacia e si volteranno dall’altra parte a dormire, mostrando alle mogli il culo pesante e stupido. Nushu: lingua inutile, fatta per trattenersi dall’uccidere i padroni e per sopravvivere fra serve. Delle tre vecchie che la conoscono, quella di 94 anni è in agonia, quella di 82 ha avuto un ictus, quella di 86 sta bene e ride demente. Morte loro, quella che i giovani padroni e gli studiosi ottimisti classificano come lingua della libertà sarà catalogata nei musei, in forme diverse, come lingua morta.


Chiamare per nome

Ci sono forme che esistono sempre. Per lui è sufficiente guardare, pochi minuti prima del tramonto, mentre cominciano a scendere le ombre, la grande struttura della cattedrale; vedere i capitelli e le vetrate scivolare lentamente nel buio e continuare a ricordare tutti i dettagli proprio mentre diventano invisibili; poi immaginarli, nel corso della notte, per tutta la durata della notte, nel pieno dell’oscurità. Al risveglio, qualche ora prima dell’alba, qualche ora prima di vedere, ricostruirà la cattedrale a memoria, con i suoi sogni e i suoi ricordi mescolati insieme, nella prima nebbia del mattino, senza aprire gli occhi, chiamandola con il suo nome. Solo così sarà in grado di comprendere una cosa che esiste durante il giorno e che esiste durante la notte.


Narrando

Sul palcoscenico semibuio, una sedia e poche luci a cerchio, interpretando una persona senza nome, l’attore racconta storie popolari e narrazioni epiche con una voce senza pause che ricorda un rombo incessante di tamburo; ripete e varia i moduli narrativi, li martella nelle orecchie con apparente naturalezza, in uno stato di trance che induce all’ipnosi. Una trance che il piccolo corpo dell’attore modula con attenzione, trasformando l’argomento della pièce – le voci dei vivi e dei morti – in una ininterrotta cantilena. L’attore è senza gambe, smascherato da un fascio di luce; tace, muove le mani, inizia una coreografia convulsa con le dita; poi, di colpo, si punta la pistola alla tempia. Cala il sipario. Teatro nero. Attutito, si sente l’eco di uno sparo. Ma potrebbe essere anche uno strofinìo di foglie secche.
Poi tutta la scena cambia di colpo. La stadera pende dal soffitto, oscilla, manda un’intermittente luce bianca, da cui cadono foglie, lo spettro del padre ci attacca sopra una ruota, carica di blocchi di ghiaccio che cominciano a sciogliersi, Amleto è invasato, epilettico, il padre gli toglie le scarpe, gli massaggia i piedi nel ghiaccio, gli passa le mani fredde sulla faccia spaurita, Amleto, addosso una camicia bianca, fatta di carta, la camicia di mille attori prima di lui che hanno interpretato il triste e tetro principe di Danimarca, Amleto, la camicia che si disfa in tanti pezzettini di carta, sotto la stadera da cui piovono gocce di neve, il ghiaccio che si scioglie vicino alle celle, alle ruote, al baldacchino, ai fuochi accesi sulle sedie, ai girovaghi, al bastone, al flauto, Amleto, mentre Ofelia folle intona una canzone lituana e muore mentre tante mani bianche escono dalle tende nere battendo una sull’altra, Amleto comincia a sussurrare, tremando di gelo, mentre dal grande bicchiere al centro del palcoscenico cola acqua, tanta acqua bianca, fredda, ghiacciata, torbida, velenosa: «Essere o non essere».


Non ci sono vulcani

Si fa presto a dire vulcani. Qui non ci sono né vulcani né sabbia. Da anni lo straniero osserva neve e paesaggi ghiacciati. Ma tutti, nelle lettere, parlano di distese annerite dove brillano i crani dei morti. Tutti cercano un sopravvissuto all’eruzione, qualcuno che respiri sotto la cenere, che mandi un lamento. Tutti vogliono cominciare a scavare, a tirarlo su dalla terra, perché nonostante tutto è ancora vivo, sotto ceneri e lapilli.
Si fa presto a dire vulcani. Ma qui non ce ne sono, o forse non si vedono. Fa così freddo. Arriva un’altra lettera, lo straniero non ha il coraggio di aprirla. Ma nota un dettaglio insignificante. Dalla casa da cui guarda tutti i giorni la linea dell’orizzonte, all’alba e al tramonto, vede che quella linea si sta abbassando. Non è un movimento veloce e neppure impercettibile, ma progressivo e continuo. Le colline che sono laggiù diventano sempre più basse. Forse l’orizzonte è risucchiato da una forza centripeta e la terra si sta accartocciando su di sé, a iniziare da quel punto. Occorre prenderne atto.
Legge la lettera. Chi gli scrive confessa un suo incubo: che l’orizzonte della terra (osa appena scriverlo), di secondo in secondo diventa sempre più alto, fino ad offuscare la vista. Ora non riesce più a vedere. Un’incessante, interminabile emicrania. Se la testa gli fa male la poggia sulle mani, la depone lì, così può non stare eretta e smettere di vedere e soffrire, esposta al freddo e al vento; la tiene giù, ben serrata nella pelle morbida delle mani, fra le dita che la accarezzeranno, sarà bene che resti così a lungo, senza troppo mondo, la fronte ben riparata, le unghie nei capelli, difesa, ben difesa, con il dolore che pian piano si affievolisce, quasi scompare. Così potrà non vedere più il filo spinato. E le nuvole saranno più numerose, come belle illusioni. Le nuvole apparse nel cielo non sono mai solo nuvole.


Per ogni stanza

Per ogni stanza di cui apre delicatamente la porta c`è un uomo, curvo sul tavolo, che scrive, mentre fuori passano nel cielo nuvole lievi. Per ogni stanza in cui si inoltra, la luce decresce e l`uomo assorto a scrivere sembra più curvo, più vecchio. Alla quinta stanza, vinto dalla curiosità, spia nella penombra, oltre le spalle dell`uomo che scrive, nel foglio spalancato sul tavolo. Distingue solo una frase: «Non guardare quello che scrivo. Io ho smesso di farlo». In quel momento lo straniero è pervaso da una strana quiete. Smette di cercare le altre stanze. Torna indietro. All`orizzonte, superato il corridoio, vibra un mare azzurro, striato da un`ombra di nuvole, interminabile. I nemici hanno tolto l’orizzonte in modo semplice, come si abbattono gli spalti di una fortezza. Ora è tutto bianco, polveroso, abbacinante. Sulla strada sono deposte le armi del nemico. Alcuni ragazzi giocano, ridendo, con pezzi di vetro sparsi sulla ghiaia. Sotto le tende scure, nelle case bianche, qualcuno continua a cantare. Un vecchio ricorda il rimbombo dei flutti. Su ogni punto della terra sembra correre, in assenza di vento, una sabbia invisibile.


Preparativi

All’ora del tramonto tutti aspettano l’autobus, le braccia conserte o parallele ai fianchi, i volti perfettamente immobili. Dormono tutti, chi leggendo un libro, chi guardando il soffitto della sala d’aspetto, chi appoggiato al corpo del vicino. Dormendo, osservando qualcosa di invisibile. A lui non interessa quello che vedono. Non prova né paura né curiosità. Non ha voglia di voltarsi e di vedere ciò che i loro occhi chiusi sembrano guardare. Sa già che la sala fredda, le panche di legno, le luci smorte – il lungo, ripetuto, detestato presente – non è nelle loro menti, che si proteggono dalle cose visibili con mondi paralleli dove camminare e camminare, remoti l’uno all’altro.
Forse il viaggio è una cura, è l’ultimo tentativo lasciato all’uomo perché guarisca dal suo dolore. Ma perché partire per terre remote quando basta modificare l’espressione, la fisionomia, l’andatura, e restare all’interno della propria spiando, Wakefield meno ingenuo e meno impaziente, gli effetti della propria scomparsa, senza rivelarsi mai?
Al di là del paese dei Suioni, afferma Tacito, c`è un altro mare, stagnante e quasi immobile, da cui la terra è racchiusa e dove la luce estrema del sole al tramonto diffonde anche durante la notte un chiarore così forte da fare impallidire le stelle.
Al di là del borgo di Camogli c’è una scalinata con passamano che si blocca su una parete alta, corrosa, ancora rotta in mezzo alle macerie. La sensazione che, alla fine di ogni salita, ci sia sempre quel muro chiuso e che la scala si tronchi così, brutalmente, senza accedere a nulla, non è una sensazione ma una certezza.


Oscillazione

Prendere la parola adesso non sarebbe opportuno, non c’è nessuna certezza, la sedia scricchiola nella stanza vuota, oscilla avanti e indietro, avanti e indietro, ma quando succede e arriva il momento e bisogna parlare, non si può che raccontare di quei mondi paralleli e bellissimi, di quelle onde fresche sulla sabbia dorata, dove esseri umani si bagnano e nuotano e non si riconoscono, e tutto è così bello e luminoso che appare difficile pensare il momento – ma verrà, sarà inevitabile, e uno di loro, un ragazzo di quattordici o quindici anni, si farà male, si sbuccerà un ginocchio, chiamerà qualcun altro con un piccolo grido, e il grido diventerà più forte, ci si scoprirà tormentati da spasmi allo stomaco, da crampi alle braccia, il dolore dilagherà ovunque e il mare azzurro sparirà, spariranno la spiaggia d’oro e le belle onde, resterà un uomo solo, un tizio di mezza età, la faccia anonima, chiuso dentro una stanza, che si dondola sulla sedia, quell’uomo è il solo che possa ricordare quando finì quella gioia, il solo a cui oggi qualcuno possa rivolgere la parola per saperlo.


Linfen

Fiumi rossi, corpi inceneriti, aria nera, nuvole di gas. Nella città mineraria più inquinata del mondo, Linfen, il sole si ferma solo per qualche ora tre giorni all’anno. Il resto della vita, lo si trascorre al buio. Il cielo nero di un temporale è lo stesso di un giorno lucente. Tutti gli abitanti vestono di nero. Infilano le scarpe in sacchetti di plastica. Nessuno gira senza cappello o mascherina. Il nemico invisibile è la polvere: non una vera polvere ma un muro fitto e nero di sabbia e lapilli, una coltre spessa, uniforme. Qui nessuno ricorda la forma della luna o il chiarore delle stelle. Nessun bambino da sempre. La gente preferisce confondersi con le tenebre in cui invecchia e nessuno indossa abiti colorati. Centinaia di persone sono soffocate dal fango dei detriti di ferro degli scavi. Molti bambini nascono malformati, avvelenati dal monossido di carbonio, dall’arsenico, dal piombo. Solo un giovane fotografo è riuscito, dopo decenni di silenzio e di omertà, a riprendere con il suo obiettivo giovani macilenti, trascinati in barelle verso gli ospedali, la flebo attaccata al braccio, che sorridono intonando poemi d’amore ai loro dèi, che vogliono vivere nonostante la polvere nera.


Cenere

È cenere, questa. Senza idee, senza dèi. Cade dal cielo, fitta e lenta. Sono fiocchi bianchi e grigi, qualcuno li scambia per neve sporca. Chi cammina per le strade e la sente che gli scivola addosso, gli bagna la testa, le mani, la fronte, dopo qualche minuto si accascia a terra e muore. La cenere – se questa si può chiamare cenere – lo copre rapidamente sotto una coltre grigiastra e il suo corpo resta una duna nella strada, come tante altre, piccolissime, piccole, grandi. Questa cenere uccide le creature umane. È accaduto a centinaia di persone e non si sa in quanti siamo rimasti vivi. Nessuno è in grado di prevedere quanto durerà questo disastro, che è di proporzioni irreparabili. Non c’è nulla da fare se non tenere gli occhi aperti e guardare, ma restando ermeticamente tappati dentro luoghi protetti. I vetri delle finestre sono sigillati. Le serrature delle porte sono sbarrate. Basterebbe un fiocco, uno solo, a sfiorare un dito della mano, e la persona sarebbe perduta – narcotizzata? uccisa? – dentro questa neve senza senso – questa cenere? – che ricopre tutto il pianeta in questa fine d’agosto di un anno tra i tanti possibili, in mezzo a un caldo atroce. Non si sa quando smetterà di cadere, non si sa perché ha cominciato a cadere, non si sa perché proprio qui. Meglio non chiedersi nulla, nessuno potrebbe rispondere. Occorre soltanto non uscire mai dalle case. Non servirebbe a niente aggiungere cadaveri a cadaveri. Occorre restare fermi, finché non si registrerà qualche nuova notizia. Tenere i televisori accesi, sempre che qualcuno, negli studi di registrazione, sia ancora vivo. Fuggire si può. Fuggire è necessario. Perché nessuno lo fa?


L’inguaribile

Lo dice con affanno, lo straniero, non sa a chi lo dice, un amico, un paziente, se stesso: «Vorrei parlare di qualcosa di inguaribile, che non riguarda tanto una pena o un’assenza quanto l’incapacità di vedere e di sentire tutto, di districarsi dal caos. Ma è vero che, se ci si districa dal caos, se si sceglie una sola visione, un solo suono, una sola parola, questa è una debole, stupida scelta, perché bisogna essere e sentire tutto, non si può guarire scegliendo, guarire è una soluzione per malati, bisogna conoscere tutti i nomi e tutti i pensieri, rubricare tutti i vivi e i morti, tenere simultaneamente il filo che, almeno per qualche secondo, almeno in un punto della mente, lega tutti gli esseri viventi, tutte le opere forti, tutti gli atti necessari. Occorre, per un attimo, raggiungere l’impossibile. Esprimere l’inguaribile. Un esempio? Preparare un racconto e sapere che, dietro quelle frasi, ne pulsano altre che non scriveremo, armonici che non raggiungeranno mai l’autorità dell’accordo. Si vive per altro? Spesso si muore per molto meno. Un altro esempio: sognare immagini nitide e nuove. Auguste B. diceva che la terra è una montagna i cui vapori possono produrre fiori e pensieri. John Cleeves e Cyrus Reed tentarono di dimostrare che è una sfera vuota dove è contenuto l’universo intero in diciassette strati, con al centro la luna, il sole, le stelle, le comete. Per John Symnes i corpi celesti erano tutti dei riflessi: il sole un astro riflesso, la luna il riflesso della terra stessa; nel centro vuoto e muto della terra brillerebbero – reali – il sole, la luna e tutti i pianeti. Questi uomini, alla perenne ricerca di terre utopiche, pensieri anomali, miraggi stravaganti, sono simili alle allucinazioni del presidente della Corte d’Appello di Dresda Daniel Paul Schreber: sono “uomini fatti fugacemente” che solo per caso potranno raggiungere la consistenza degli esseri reali e delle creature viventi. Una voce ripete, una, due, tre volte, la stessa, identica frase: smetti di sognare e sarai sano. Infelicemente sano. Tutte le notti uguali, lunghe e nere, assetato di vita. Sano ma morto».


Otto Gross

Nessuno, ormai, conosce più Otto Gross: l’opera, la vita, le conversazioni, le scopate, i dolori di Otto Gross, psicoterapeuta, allievo di Freud e Jung, anarchico, avversario della psicoanalisi, curato da Jung come schizofrenico e cocainomane, morto a Berlino in miseria. E’ possibile che tutti, nessuno escluso, ignorino l’esistenza di Otto Gross, ma dovete, dobbiamo, essere pronti, in qualsiasi tempo, alla presenza di Otto Gross in qualsiasi epoca e in qualsiasi mondo. C’è nel destino di ogni genio un ribelle più geniale e più onesto di lui – un ribelle maltrattato e rimosso, omesso e sopraffatto dalla fama sistematica e potente del “genio”. Nel destino di Freud e di Jung c’è Otto Gross: la sua insofferenza ai modelli, la sua sete di libertà, le sue passioni indecenti, le sue miserie di drogato. Nella vita di chi è consacrato dalla storia, in qualche piccolo dettaglio della sua ufficiale e solenne biografia, c’è sempre un neo fastidioso, un essere sgradevole, insolente, salutare, come il piccolo Otto Gross che potrebbe sconfessarne l’originalità e la gloria. Franz Kafka incontrò in treno, un giorno del 1911 o del 1912, Otto Gross e annotò in una pagina di diario le parole della sua conversazione con lui – quelle parole che nessuno, se non un uomo come Kafka, avrebbe percepito come significative.


Trincea

Camminando vede una città scura, dove infuria una guerra. Si trova in mezzo alla guerra, dentro una trincea. Assordato, inutile, confuso, straniero. Ma ci sta, nel buco della trincea, ci sta, uno come lui cosa dovrebbe fare, pulisce il coltello e zitto, non ha altro da fare se non pelare patate, starsene buono, nella sua puzza, diventare sordo al rombo delle bombe, pelare e basta, pulire il coltello e ripulirlo, che importanza ha se gli altri lo giudicano un idiota, non significa nulla, un uomo come lui, piccolo, meschino, gli occhi stralunati, non ha desideri, pela e sta zitto, cosa conta se l’ufficiale, quando passa lui, si mette una mano fra le gambe e ride, dai, deficiente, vai giù e pela, cosa dovrebbe fare, obbedisce, non ha mai fatto altro, sta zitto e sbuccia, continua a sbucciare, con la punta del coltello raschia e raschia, poi il tenente ride una volta di più, lo insulta, lo provoca, si tocca l’uccello, e allora, cosa si può fare, cosa si deve fare, un colpo solo, certo, una rasoiata lì, in mezzo alle gambe, e quell’urlo inutile da vacca macellata, il corpo che si torce, il tenente è morto, è morto, gridano, ma cosa gridano a fare, figuriamoci se è morto, il fucile è caduto lontano, il sangue sgocciola sulla polvere, tante facce sbigottite, ma cosa ci volete fare, ripete, continuo il mio lavoro, pelo e sbuccio, sbuccio e pelo, cosa volete che mi importi del sangue, della gente, di chi vuole portarmi via, cosa sono questi suoni? sono sirene?, non voglio venire, non voglio, io no, io no…


Il muro dei morti

Esiste, nel cimitero di Dublino, un sunken wall, un muro di mattoni e di ferro, sprofondato, visibile per pochi centimetri, invisibile per quattro metri sottoterra, che separa i morti cattolici dai morti protestanti, in modo che le anime dei defunti non possano comunicare tra di loro neppure oltre la morte. L’odio è un sentimento che, secondo i costruttori di questo muro, deve durare oltre il tempo troppo breve dell’esistenza umana. Come se fosse necessario pensare a una rabbiosa insonnia dei morti.


Un graffio sul muro

Uno stile spoglio è l`unica gioia che lo straniero possa concedersi, stretto in una cella che è la copia di altre celle di cui ha letto, libro dopo libro, nel corso del tempo. Prova nausea per quella storia senza vertigini – opaca, ripetitiva, mortale. E, se non ha voglia di dire da quanti anni è prigioniero, se non vuole firmare la solita lettera alla madre o al fratello, è perché sa di stare dividendo il suo destino con quello di altri reclusi, passati e futuri, irreparabilmente fratelli. E allora, perché essere precisi? Anche uno stile secco e spoglio appare superbo, quasi presuntuoso. Ha della carta, nella cella; altri non possiedono neppure quella. E allora, perché descrivere un rantolo di impiccati su qualche pagina di taccuino? Per dire quanto si deve dire basta un graffio sul muro.
Nelle condizioni più estreme, anche con la lingua tagliata e i polsi scorticati dalle corde, anche se non potrà più parlare e neppure scrivere, gli basterà il semplice pensiero che la sua parola traversi libera gli spazi dove il suo corpo non può più né correre né pensare, e raggiunga chi leggerà. Se non leggeranno niente di lui perché è impossibile che lui scriva una sola riga adesso, il lettore si comporterà come se avesse ricevuti e letti, parola per parola, i suoi più atroci racconti.


Il giorno dopo

Posa sopra il video le mani rugose, le dieci dita spalancate sullo schermo lampeggiante, l’11 settembre del 2001, mentre ritrasmettono tutto. Percepisce il calore del fumo nei polpastrelli, nei tendini, nelle unghie. Lascia che entri nella sua stanza fino ad asfissiarlo. Non essendo morto con loro ha diritto a quelle sensazioni. Sono sue. Fiamme altissime, corpi polverizzati sotto le torri crollate. Le immagini passano dallo schermo alle dita, trasmettono un calore intollerabile. Questo lui lo doveva a quei morti, almeno questo. Tende ancora di più le mani, stupito che le dita possano restare intatte con quella verità – gli aerei, la polvere, le urla, i visi in cenere – ficcata nella pelle dei palmi. Ma non muore, lui, testimone straniero, lontano. Non arso vivo, come avrebbe voluto.


Almeno tre

Lo straniero ascolta il vecchio parlare: «Ricordo tre foto. Sono tre le fotografie di Auschwitz. Nella prima, io seguo la vittima da lontano e, non so come, mentre nessuno mi vede, scatto. La seconda è quando lei – una donna di trentasei anni – varca la soglia per essere gassata e io, nascosto tra due assi di legno, la inquadro e scatto ancora. La terza sono io, vivo, ventinove anni dopo, la faccia attonita e assorta, alla festa del mio settantesimo compleanno, sopravvissuto dopo avere visto, fotografato con la macchina digitale dal mio nipotino dodicenne, mentre penso che poggerò presto la testa sul ferro freddo del binario (il compleanno è finito, tutti si sono allontanati), presto, fra qualche ora, perché non reggo il ricordo di lei che entra laggiù, costole senza pelle, curva dentro le docce, e come lei, allora, al tramonto di un piovoso giorno d’autunno, con un immenso sentimento di sollievo, entro nella mia fine, adagio la testa sul ferro, aspetto. Che poi mi abbiano salvato, è solo un’altra delle crudeltà inferte dalla vita».


Metamorfosi

Chiusi in carcere, privi della vista dell’orizzonte e della lettura dei libri, hanno vissuto la notte della perdita e della disperazione. Da quella notte sono emersi richiamando alla mente un verso, un canto, un ritornello: per non morire come bestie hanno ricercato, nella bocca e nelle orecchie, il sapore di una lingua, la dolcezza di una melodia. Non arrendendosi a un silenzio imposto dalle regole del carcere, hanno graffiato versi sulle porte e sui muri per potersi dire vivi fino all’ultimo, vivi e in piedi, non carne accasciata nelle tenebre, nel fetore, nell’afasia. In quanti sono rimasti, stretti così, gli uni contro gli altri, ricordando vagamente ordini impartiti in una lingua dura, violenta, ma proprio non rammentano quale, quel lungo viaggio, dentro i vagoni, li ha letteralmente stremati, hanno fame e sete, sentono la puzza dei loro corpi, degli abiti vorrebbero sbarazzarsene e restare nudi, il caldo è intollerabile, è già tanto ricordino che mogli e figli vivono da qualche parte, ma chissà dove, chissà quando li rivedranno, ora sono stretti, strettissimi, l’uno sull’altro, e qualcuno di loro ricorda che col pensiero si possono creare grandi palazzi bianchi anche nelle celle più tetre, anche nei vagoni più stretti, ma qualcuno gli sputa in faccia, a chi parla, dice che non esistono sogni o lussi o quadri o poesie, e tantomeno palazzi bianchi, e se i sogni esistessero adesso loro non sarebbero così, stretti gli uni contro gli altri, sulle schiene il duro fucile di ferro di un soldato ottuso.
Lo straniero non sa più come interpretare gli eventi. Eppure ci sono stati moltissimi segni, negli ultimi giorni: quel sapore salato nell`aria, gli uccelli che fluttuavano fra i rami e non spiccavano il volo, muovendo con imbarazzo le piume. La differenza è minima (così si dice, continuando a mentire): stanno aspettando da molti mesi, possono aspettare per anni. Sperano che li curino e li tengano in vita. Se le loro dita a poco a poco si copriranno di squame, non lanceranno grida di orrore. Non avevano forse previsto, nelle lunghe notti d`inverno, che potesse accadere qualcosa di eccezionale agli abitanti del ghetto? Forse sta accadendo adesso. E sarebbe un grande sollievo: non stare più nei vagoni o nelle celle, la carne dolorante per le percosse o le torture, ma cambiare finalmente specie e pianeta, pelle e orizzonte.


Come sentirle

Avere visioni non basta. Chi ha visioni, che scelga come stare rispetto all`energia che sprigionano. La posizione, è tutto. Il come sentirle. Delle visioni si sa fin troppo: galleggiano, dentro e fuori dal corpo; sono il fiume sotterraneo, le figure notturne; sono ciò di cui non siamo padroni, il sogno e l`infanzia, l`incubo e il buio. Nessuno ha da gloriarsene: ne è travolto e basta, come tutti. Ma, quando si comincia a essere sopraffatti o ammutoliti o allegri, quando si hanno sentimenti forti e non deboli rispetto ai propri incubi, allora il gioco acquista senso. Allora si può iniziare. Le mani non modellano e non impongono, si limitano a organizzare fantasmi: a comprendere in che modo piazzare il corpo, affinché gli occhi non si oppongano ai sogni o le orecchie alle voci o la schiena ai brividi, in modo che tutto vibri non all`unisono, ma in reale armonia. Ci sono architetture di sabbia nel deserto, ma ogni notte il vento annulla gli spazi che ha appena creato; ogni notte, come ogni giorno, non c’è né salvezza né casa. Sedere su un sasso, al bordo di un’oasi, e gettare pietre contro la propria ombra: ecco l’arte. Rischiare la vita per crearne un’altra, che sarà sempre impossibile. Vivere da sonnambuli, mentre un filo d’acqua ci bagna i piedi sul terreno sassoso. L’arte è solo una forma delicata di esasperazione, di sgretolamento. Come leggere quando scende la notte, e non sono più visibili le parole. Leggere quando i libri diventano allarmanti, imprecisi, oscuri, come certi vasi attici dove sono disegnati corpi neri di tuffatori e che, al mattino, col sorgere del sole, appaiono vuoti e bianchi, come se quei corpi non fossero mai esistiti. Si intravede, imprecisa e sinuosa nella ceramica scura, una crepa. Si continua a leggere il buio, a sentire la voce dell’altro. Assumere in sé la voce dell’altro è un atto d’amore e di identificazione in un destino, un sogno in cui le parole che si dicono potrebbero essere state dette, pensate, volute anche dall’altro. Deleuze sperava, parlando di Kafka, che, dall’altro mondo, lui si rallegrasse per le sue parole, che erano joi contro la sua morte, atto che non serve a nulla – come ridere, come scrivere versi. Conservare il proprio nome perdendolo. Scivolare ridendo fra i fantasmi.


Scia

Sogna un prato, a notte fonda. In mezzo al prato uno specchio grande, circolare. Un lampo guizza nel cielo e il fulmine arriva dritto al centro dello specchio.
Dopo qualche ora sogna di nuovo il cielo, di nuovo la pianura, di nuovo lo specchio. Il fulmine guizza, come prima, fino al centro dello specchio. Ma lo specchio devìa la luce, la curva nell’aria, la trasforma in arcobaleno. A notte fonda, l’arcobaleno rischiara tutta la radura.
Un oggetto inventato dall’uomo, uno specchio riflettente, non si frantuma ma accoglie la luce del lampo, la assorbe, la devìa, trasforma la potenza che devasta in alone che risplende. Dall’energia del fulmine e dalla rifrazione del cristallo nasce dentro di lui l’arte reale, il perfetto fantasma: la scia.


Sul bordo dell’aria

Gocce fittissime. Un temporale. Alle persone che vogliono salvarsi, consiglia di appendersi per una mano alla trave e lasciarsi andare così, aspettando che le unghie si strappino, morendo di fame e di sete nell’attesa. Che provino la sensazione estrema del loro corpo: lui non l’ha mai provata. Ma adesso tenterà. Stampa i suoi appunti su arte, morte e poesia, li ficca dentro una valigia, sale sulla cima di un campanile, il più alto della chiesa più alta della città, e lì, mentre non lo guarda nessuno, in mezzo alla pioggia incessante, apre la valigia e via, disperde uno per uno tutti i fogli. Per farlo aspetta di essere solo, la solitudine è semplice e giusta in queste cose, li affida alle correnti dell’aria lasciando che volino dove volano, l’opera è il tempo esatto che il foglio impiega a sparire nell’aria, la mia opera sono io che cerco di perderla dentro di me e fuori di me (grida), dal mio sacrificio dipenderà qualcosa di straordinario e di bello, forse una nuova civiltà (grida), poi dimentica testa, braccia, mani, mente, parole. Non è più uno straniero, uno scrittore. Basta con il peso delle pagine. Seduto sul bordo dell’aria, in mezzo all’acqua fittissima, comincia a tacere.


In mezzo alla polvere

Sta scrivendo in mezzo all’acqua e alla polvere, sopra tavoli che si disfano, il braccio fermo, la penna appuntita, deve fare presto, più presto degli altri, lasciare la sua prosa al maestro, correre via per primo dall’aula, spalancare la porta, traversare il cortile, sperando che la città non sia già sotto l’effetto della nube, che la nube non sia così scura da togliere il senso della strada, così buia da costringerlo a letto; scrive un racconto dove inventa un cortile uguale a quello che crollerà; il racconto è imperfetto, turbato, pieno di parole inutili, non guarisce e non ripara, perché tutto è irreparabile: le case sono in bilico, le scale appese nell’aria, la nube sale ancora, e lui scrive. Forse potrà, per l’ultima volta, tenere la frase sospesa, rimandare tutto almeno di un secondo, ma il crollo è crollo, la morte morte, non ci sono più né aule né còmpiti né compagni, come potrebbero esserci? Si alza una nube fitta, non è la nube della non-conoscenza, è polvere sopra le ossa. Nessuno aiuta nessuno. I soldati possono tener sollevate le teste degli allievi, quelle che sporgono dalla terra, non seppellirle subito. Erano bambini di nove-dieci anni, forse avrebbero letto Shakespeare e la Vita Nova, forse non l’avrebbero letta, ma la civiltà sarebbe stata più bella e più giusta perché loro ridevano e correvano vivi. I soldati sopravvissuti cercano in mezzo alla polvere senza ritrovare nemmeno uno di quegli sguardi. Nemmeno un disegno, nell’angolo del foglio, di un rozzo albero infantile, di un animale felice.


Anticira

Da venti notti non riposano, esausti per il viaggio, gli abiti strappati, la vertigine nelle orecchie. Vogliono raccontare quello che hanno visto. Ma sentono solo la fatica del cammino, la vista offuscata, i crampi allo stomaco, la sete insaziabile. Ogni tanto si illudono che dovranno realmente parlare domani, come gli è stato ordinato prima che partissero.
Adesso è domani.
La piazza di Anticira è grande, popolata di cavalieri e di donne, di contadini e di monaci.
Il primo messaggero osserva la polvere nella sua bisaccia: le calligrafie sono scomparse, l`immagine sacra sparita. Ha in mente delle figure che abitavano il deserto, a tratti le ricorda e ne vorrebbe parlare, ma la sua bocca non emette una sillaba, non potrebbe.
Il secondo messaggero è ammutolito da qualcosa di inesprimibile, da una tragedia che è appena accaduta ma di cui non può dire nulla perché non ha visto nulla. La sua bisaccia è vuota. I suoi occhi fissano l’orizzonte, oltre i confini della piazza. Tiene le labbra volontariamente chiuse.


Nezca

Molte città sono state sotterrate o sommerse da cataclismi diversi, cancellate violentemente dal potere di pochi uomini; di altre si trovano tracce come utensili, case, alfabeti, architetture; di altre sopravvivono affreschi, stele, papiri. Le città di Nezca, al contrario, – un’intera civiltà composta di piccole e perfette metropoli – sono intatte: tempio, piazza, mercato, anfiteatro, terme. Occorre una grande attenzione per osservarne tutti i dettagli, una particolare veggenza. Quell’uomo la possiede. Ha la mano destra stretta a pugno. Ora la distende. Piano, molto lentamente, spalanca le dita e le mostra allo straniero. Affiorano, sui polpastrelli e sui palmi, le città di Nezca: tende, carovane, porti, scogliere, case, fabbriche, argini, ponti, canali. I suoi compagni tengono ancora le mani serrate e lo guardano con odio e terrore. Ma lui sorride, consapevole della sua libertà. Tutte le città di Nezca, per la prima volta, come un miraggio reale, tornano visibili.


Hailai

Lo straniero si ferma e sente il vecchio bisbigliare:
«Loro sono alle porte e dobbiamo prepararci alla possibilità di un massacro. In previsione della scomparsa di Hailai dalle mappe geografiche e dalla memoria degli uomini futuri, ecco il mio ultimo ordine: noi dobbiamo, dalle Colonne del Fuoco al Pozzo della Terra, provvedere alla distruzione metodica, senza nessuna eccezione, di tutti i libri d`arte e di scienza che sono stati scritti dal nostro popolo fin dalle origini della sua civiltà. E questo rogo sarà un atto di difesa tanto doloroso quanto necessario. Loro faranno scempio di noi. Possiamo disprezzare la loro forza, resistere sdegnosamente, vincere qualche battaglia; ma, in capo a qualche mese, invaderanno la nostra terra e tutte le tracce della civiltà dell`Ultima Luna saranno affidate alla loro tetra benevolenza: se leggeranno i nostri libri, noi saremo perduti e il nostro segreto profanato per sempre: non tarderanno a usurpare le saggezze che abbiamo acquisito e le arti che abbiamo praticato, consegnandole al futuro come proprie, se oggi noi, che ancora lo possiamo, non sapremo opporci nel modo più fermo ed efficace, senza rimpianti.
E questo modo è uno solo: bruciare tutti i libri in cui è racchiusa la tradizione del nostro popolo: dimenticare volontariamente chi siamo stati per tutto il tempo in cui subiremo la loro invasione, duri giorni come anni, secoli come millenni.
Il nemico dovrà credere di aver soggiogato un popolo di selvaggi e di idioti e non una razza che conosce tutti i misteri della scienza e dell`arte, della cosmogonia e della storia. Perciò noi resteremo nascosti e non useremo più nessuna scrittura che riveli nulla. Saremo analfabeti per tutti e ignoreremo i segreti degli astri, dei metalli e della gravità, non ricorderemo le leggi sulla rifrazione della luce e l`energia della materia, non evocheremo il potere della luna e del racconto, del sole e della poesia.
Tramandate questo volontario silenzio ai nostri figli, e ai figli dei figli. Ma, ogni notte, nelle vostre case di Hailai, anche da schiavi, confidate a ognuno di loro, a bassa voce, che noi sappiamo: insegnategli tutto, in modo inspiegabile, e non lasciate tracce; loro capiranno e, se non capiranno, sogneranno. E, se i sogni sono ancora sogni, non andranno mai definitivamente perdute le tradizioni della nostra conoscenza».
Lo straniero smette di ascoltare. Sa ciò che già sapeva: tutto è perduto, nulla è perdibile, ogni salvezza è possibile. Riprende il cammino. Lentamente, si addormenta.


iahuanaco

Si sveglia in un silenzio innaturale e osa guardare. Quella che era stata la spiaggia di un porto gremito di navi come Tiahuanaco adesso è una distesa sabbiosa troncata di netto, che oscilla sopra un cratere immenso. L’aria, rarefatta, non odora di salsedine. Cerca invano di distogliere lo sguardo dalla spiaggia sospesa sul baratro. Lascia la sua casa, si affaccia all’orlo della voragine e laggiù, luccicante e grigia, lontana, confusa da un velo di nebbia, vede qualcosa di simile all’acqua. Una superficie vastissima occupata da picchi curvi e neri che una volta erano tanti scogli. Lo straniero sporge la mano, abituata al fresco dell’onda, e la ritira asciutta, sferzata da un vento tagliente. Un brivido di gelo gli trapassa il braccio. Attorno a lui, in una melma disseccata, giacciono prue sfasciate, timoni inservibili, vele strappate. Le navi sono scomparse. Un porto affollato di centinaia di imbarcazioni è ora un paese di montagna, con mulattiere umide, ricoperte da alghe, da pezzi di scafi; e in basso, al posto di una pianura che è sempre stata desertica e brulla, luccica, increspato, con striature bianche, il mare. E gli abitanti, che per secoli sono stati marinai, come possono, da un giorno all’altro, diventare contadini, montanari, coltivatori? Come possono trasformarsi? Cosa faranno, adesso? Resteranno a Tiahuanaco, reimparando a respirare, o scenderanno laggiù, cercando di ritrovare quello che ci è stato tolto?
Non prova nessuna disperazione, ora, ma un lungo rimpianto: non essere stato svegliato, la notte prima, dal rumore dell’acqua che precipitava; non avere vissuto, consapevolmente, l’attimo in cui tutto sarebbe, finalmente, cambiato.




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