Marco Ercolani
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Nottario (Scriptions, Edizioni Arie del Tempo, 2012)

Esistono destini di artisti che definirei marginali, eretici, saturnini, in sostanza misteriosi. Che oggi, a distanza di secoli, ci interrogano ancora, per la follia delle azioni, l’eccesso degli affetti, la bizzarria delle analogie esistenziali, la morte tragica o prematura. Esistono opere - e intendo per «opera» l’universo espressivo dell’uomo - che ancora oggi non sembrano risolte, comprensibili, «finite»; hanno qualcosa di frammentario e di incongruo, che magnetizza l’attenzione per la sua sotterranea e obliqua potenza, che manda echi a cui è necessario prestare attenzione. Insomma, esistono nodi irrisolti e dolenti, nella vita e nell’opera di un artista, che viene voglia non di spiegare ma di indagare ancora, come se certe domande esigessero sempre, dal mondo dei vivi, una risposta. A partire da tracce reali e indizi verosimili - frammenti di lettere, aneddoti, cronache, taccuini - è un gioco perturbante reinventare, reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere: trasformare, correggere, «risognare» il passato. Chiedere a destini, consegnati alla storia o al silenzio, di tornare ancora incompiuti, di esibirsi sul palcoscenico di un racconto fantastico per svelare il loro segreto. Pur restando tale, quel segreto ci parlerà ancora, ci suggerirà delle ipotesi - inattuali e sconcertanti - di come fin dall’inizio, l’arte non sia stata che l’eco di un sogno, la necessità di un destino. Quale destino? La risposta è complessa. Direi: destino di esclusione, di resistenza, di sragione, di combattimento per la ricerca di una verità poetica intima e assoluta, contro tutte le verità plausibili e ortodosse. Nei miei racconti immaginari succedono cose imprevedibili: un dettaglio marginale viene alla luce, un paesaggio centrale si sfuoca, un sogno impossibile si compie, una voce si rivela, una visione prende forma. La condizione paradossale dell’autore apocrifo è creare un testo impossibile che, mentre viene scritto, diventa possibile. Ma possibile dall’interno di una scrittura-ombra che va alla caccia dei suoi fantasmi con ostinata pazienza, sapendo di costruire solo altri fantasmi, e naviga nel mondo delle ipotesi e delle congetture, dei commenti e delle fantasie, del vero e del falso, in una terra instabile e metamorfica, al confine tra veglia e sonno. Ogni letteratura “postuma” non ha niente di rassicurante: apre squarci nel passato, disorienta le leggi del pensiero, le carte della scrittura.

Scrivo racconti che attribuisco ad altre voci per scrivermi attraverso di loro senza l’indecenza della biografia. Se parlassi di ricordi reali o di emozioni private, comporrei un documento privo di interesse. Ma, se li fingo non miei, la scrittura diventa un arcipelago di testi persi in un regno fluttuante. A cosa servono racconti e romanzi scritti nella tradizione di un io che si detiene padrone della storia che narra? Sono le storie ad afferrarci e non l’io a dominarle. Dall’io si pretende una custodia discreta, non un inutile controllo.

Lo scrittore apocrifo aggiunge o sottrae, inventa o elude [...]. Disturba i morti per non lasciare all’immobilità dei sepolcri e delle definizioni opere e vite che sono state eretiche e ingiudicabili. Riporta alla luce la necessità di un sogno incompiuto.

***

La scrittura: percorso erratico e non terminabile, con dei libri come tracce.

La letteratura ha una natura demoniaca, che le scritture contemporanee dimenticano per consapevole distrazione o colpevole pigrizia.

Prova a mettere il colore sulle tele come se le infarinasse. Non le sopporta diritte. Devono stare lì, sul tavolo, orizzontali. Che si possano toccare con le mani.

Quella macchia d’inchiostro con al centro, luminosissimo, un occhio.

Il cielo è qualcosa di più delle stelle: è le stelle e i loro movimenti.

Il canto, meraviglioso, doma l’egoismo della voce.

Sei sicuro di essere solo a scrivere?

Il funambolo studia con rigore le direzioni del vento e le oscillazioni del cavo d’acciaio teso sul crepaccio. Deve mantenere l’equilibrio dove sarebbe impossibile mantenerlo.

Erigere un ponte le cui arcate consentano non di apprezzare la solidità delle pietre ma i riflessi dell’acqua.

Vie piene di nomi. Visitatori che si perdono a pochi metri di distanza, come nel cuore di una foresta.

Longisquama: un fossile con le ali che risale a 220 milioni di anni fa, prima dell’esistenza dei dinosauri.

In quale lingua spavento e buio possono avere lo stesso suono?

Come quel mattino, vicino alla chiesa di Sant’Agostino, quando mi guardava, tenendomi abbracciato, e mi adorava. Non sono mai stato adorato, in quel modo, da nessuna donna. E non devo più esserlo.

Ogni riga sottratta al foglio bianco rende più segreto l’enigma.

«Come se il Mare separato
rivelasse un altro Mare –
e questo – l’altro – e i Tre
fossero il presagio –
di un Infinito di Mari –
invisitati da Rive –
e loro stessi fossero l’Orlo dei Mari
l’Eternità – è Questo –»
Emily Dickinson



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