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La coscienza di Orfeo (2013)

Marco Ercolani
La coscienza di Orfeo


© 2013 Marco Ercolani
Editing e ebook a cura di Massimo Barbaro
In copertina:
Jean-Baptiste-Camille Corot, Orfeo e Euridice, 1861
Houston, Museum of Fine Arts
Marco Ercolani
La coscienza di Orfeo

Ribadisci, poeta,
ribadisci e smantella
il tuo bel piano
di scrivere per la certezza.
Alexandre O’Neill

E quando, del tutto all’improvviso,
il dio fermandolo con piglio addolorato
esclamo: Si è voltato -,
lei non comprese e disse piano: Chi?
Rainer Maria Rilke


Scrivere è il voltarsi indietro di Orfeo, è sottrarre
gli occhi dalla pagina bianca, è pensare la
salvezza e perderla. Scrivere è lo sguardo che
interrompe la risalita.
Si gira verso di lei e torna nero l’invisibile.
Fissa il nulla, muto.
Ricorda quando stregava animali e ammaliava
pietre, incantando terra e inferno, preda
delle tante voci che lasciò diventandone una.
Decapitata, la sua testa si è dispersa
nell’acqua, come non avesse mai avuto un nome.
Ora le pietre sono crani traversati da raffiche
di vento.


Servirsi del canto per esplorare la radice della
propria voce.
Sulla soglia tradire il patto, voltarsi verso la
notte, fallire: non più canto armonioso ma grido
nutrito dalla mancanza della ferita, dall’inferno
attraversato.
Il grido scaturirà dalla bocca di Orfeo nel
momento in cui, condivisa la sorte di Dioniso,
sarà squartato. Non il simbolo solare che respinge
la notte con il canto ma il dio complesso la
cui lira lucente ha, come radice, etimologicamente,
l’arco letale. Apollo, che è Dioniso. Dioniso,
che è Orfeo.
Vede la trottola rotante e rombante, la bambola
piegata dalla curva dello specchio
Vede mela d’oro, dado, astragalo.
Guarda in fondo al cristallo, dove il cuore
del frutto è riflesso, spaccato,
Dove il corpo, che si credeva pieno di canti,
è smembrato.
E il vello che rimane, pelle scuoiata nella
barca vuota, è l’incomprensibile bellezza che
cercava.


Alla radice del canto la natura del grido. Rinunciare
alla parola dell’incantesimo per insopprimibile
esigenza di verità.
Impaziente di ricavare dal suo viaggio un
senso, è il primo a contrastare le forme in cui si
espresse il suono della sua lira. Non vive più per
e del suo canto. Comincia a soffrire per qualcosa
di ignoto a se stesso, nella dolorosa coscienza
della perdita più che nella magica certezza del
possesso. Fugge dai mortali per cercare l’oltre
da sé, liberare il proprio corpo dalla tirannia del
vivente. Dopo avere perso Euridice, inventa una
religione che lo consoli. Ma l’angoscia non si
placa.
Lontano dal regno dei morti, non sente ancora
i suoi passi.
Si volta. Lei, in un lampo, torna tra le tenebre.
Non imprudenza, non desiderio, ma bisogno
della notte.
La loro notte, condivisa.
Prima del sole, la verità è buia.
Resta buia, nel sole, ma calda dei suoi raggi.
Bellezza. Resistenza. Imperfetto viaggio.
Vello riflesso nello specchio.
Essere visti dalla notte: il rischio estremo.

Necessità che ogni illusione crolli e l’arte si
dimostri inservibile, costretta a fallire, impossibile
dunque reale.
La voce di Orfeo è la presenza di quei suoni
efficaci che, nel loro senso univoco e nella loro
incisiva verità, conservano le radici sonore che li
hanno generati, come le melodie non possono
fare a meno delle armonie che la sostanziano.
Gettata nel buio per impazienza umana, amore
della notte, sete dell’oltre, la sua voce si rivolge
alla terra per un progetto della coscienza che sia
straziato dalla mancanza, dalla ferita notturna e
incurabile dell’arte.
Pesci e uccelli accorrono, chi scende
dall’aria, chi sale dall’acqua.
Ma il canto finisce, lui ammutolisce.
La cetra non si torce più in inni lamentosi.
Fischia ai vogatori. Decide, lento o veloce,
il ritmo della rotta,
I remi d’abete ora riposano, ora battono
l’acqua febbrili.

All’inizio dell’universo vivente non c’è la
parola articolata del Verbo ma il grido che dal
Nulla scaturisce. Nella tradizione vedica il mondo
è all’inizio canto sacrificale, che in mezzo alle
tenebre primordiali fa nascere il mondo acustico.
Prima che i ritmi diventino raggi luminosi
e linguaggio verbale e compattezza della materia,
all’inizio c’è un suono-sacrificio, un canto di
lode che fa nascere il mondo come forma acustica
da una notte muta, e dove la nascita
dell’uomo segue alla morte del dio. Questo suono
ha un nome – ark - che in sanscrito significa
dissolversi. Poi, in un secondo momento, scaturiscono
i ritmi, che si tramutano dopo in luce
sonora: da quella luce emana una materia ancora
trasparente e infine il suono della parola, che
troverà forma nella materia degli oggetti visibili,
degli esseri viventi.
La sua lingua è contraria alla sua lingua.
Cerca l’energia del sole e trova la bellezza
della notte.
Ma anche così condurrà ogni cosa alla gioia,
con la sua voce.
Vede i prati e i boschi di Persefone.
Lascia la luce del sole, cammina muto.
La notte, dentro di lui, risplende.


Sbranato sulle rive dell’Ebro, le sue assassine,
le donne trace, inchiodano la testa di Orfeo
alle corde della lira, poi gettano cranio e strumento
nel fiume. La testa, fluttuando nell’acqua
trasportata dalle correnti, fa vibrare una delle
corde. La forza dionisiaca della corrente ne genera
un canto casuale, selvaggio. Non è la forma
a dividersi in frammenti: sono le onde molteplici
del fiume a generare la nuova melodia. La testa
di Orfeo sarà sepolta nel santuario di Dioniso e
la lira nel tempio di Apollo, per ricordare la natura
apollinea e il destino dionisiaco del figlio di
Eagro.
Non celebra la notte, madre di dèi e di uomini,
origine di tutto.
Manda sotterranea luce, la notte.
Soffio scuro di bellezza, non pietra ferma
sui corpi.

Dal pozzo profondo e oscuro saliva un vento
impetuoso. Non si scorgeva nulla a causa del
buio. Apparve in sogno un uomo, bello e solenne,
che disse: «Prendi una candela accesa e mettila
in una lanterna di vetro, perché il vento non
la spenga col suo impeto. Mettila nella caverna e
scava al centro di essa: troverai un’immagine; tirala
fuori e placherà il vento del pozzo, così potrai
tenere acceso il lume. Scava quindi ai quattro
angoli e ne estrarrai i segreti del mondo, la
Natura perfetta e le sue qualità, nonché le generazioni
di tutte le cose. Non chiamarmi con nessun
nome, fai solo quello che dico. Accendi la
candela e proteggine la luce. Scava nel buio
un’immagine che plachi il vento del pozzo». Allora
capì: l’immagine ritrovata nelle profondità
consente al fuoco di bruciare libero e all’io di
non venire meno.
Chi si rallegra della potenza del sole, chi
delle rose rosse, chi del vento nelle pianure, chi
dei frutti d’oro, ma qui in basso è notte.
I cavalli galoppano nel buio, gli uomini corrono
invisibili, le donne cantano con le facce
nell’ombra.
Ma tutto è profumato, abbondante, felice.
C’è speranza del fuoco che si scorgerà lontano,
oltre la torpida notte oscura.
Ci si getta fuori dalla tenebra sconfinata,
come suicidi che sorridano all’aria.


Euridice – sposa amata, oggetto interno di
Orfeo – è ancora fragile. Mentre la riporta alla
luce, il poeta non è sicuro, esita. Non è più certo
di volere che la natura apollinea e solare controlli
le forze oscure della notte. Vuole umanamente
accertarsi che lei esista ancora (non la sente
camminare) e si volta per guardarla. Così la perde
e la consegna definitivamente alla notte. La
vittoria di una verità fatta di ombre è il fallimento
della verità solare del canto. Scegliere
l’impenetrabile buio, il rischio del silenzio,
l’esperienza di un oltre che non si affidi al compimento
dell’illusione conoscitiva, della chiarezza
analitica: è questo il versante d’ombra creato
dallo sguardo eretico di Orfeo, l’atto estremo
che non garantisce più la sicurezza dell’anima,
l’integrità fra notte e luce. L’anima si nega
all’attualità del giorno; inattuale e barbara, preferisce
i difficili enigmi della poesia alle risposte
razionali della scienza. Orfeo, come Nietzsche e
al contrario di Freud, sceglie di non risalire con
un’anima risolta, pronta per essere mostrata al
mondo. L’atto molto umano di voltarsi per vedere
l’amata, i cui passi non risuonano ancora,
della cui resurrezione è facile dubitare, si tra15
sforma nella letteralità della sua scomparsa. La
necessità dell’invisibile supera senza esitazioni
l’amore del visibile.
Vivo, come non chiedere ai morti?
Morto, come non ascoltare le voci dei vivi?
Ci si sveglia e addormenta.
Dolore e amore: provvisorie sentinelle.
Riarso dalla sete, muore. Ma non muore.
Beve dalla fonte sempre corrente, a destra,
dove il cipresso oscilla, fra i sotterranei abissi,
agli estremi limiti, dove non si possiede principio
e fine.
Pesci smeraldo si librano in volo sul suo capo.
Rifiutano l’abituale dimora dell’acqua per
vivere l’impossibile spazio dell’aria
L’estasi inattesa.


Poeta felice che dominava i suoni della natura,
Orfeo ritorna sulla terra e piange per sette
mesi ininterrottamente. Il contrasto fra il miraggio
demiurgico della forma conquistata e lo
scacco del possesso incrina il vaso del corpo.
L’unica reale ricomposizione è il definitivo attuarsi
della frattura, la vendetta dionisiaca delle
Baccanti, il violento non esistere più. Nella morte
di Orfeo la separazione del poeta da Euridice
si fa carne di quell’assenza: passione che, nel
momento di massimo dolore, mentre il corpo va
a pezzi, diventa gaia scienza; genesi e non opera;
viaggio e non guarigione.
Non rattristarti. Verrà la notte e solo allora
soffieranno i venti e tu sarai vivo e incontrerai
nella luce del buio chi fu vivo con te e chi lo
sarebbe stato.


Di sete sono arsa e vengo meno.
Troverai a sinistra delle case di Ade una fonte,
e accanto ad essa eretto un bianco cipresso:
a questa fonte non avvicinarti neppure.
Ma ne troverai un’altra, la fredda acqua che scorre
dal lago di Mnemosyne: vi stanno immersi custodi.
Dì: «Sono figlia della Terra e del Cielo stellato;
urania è la mia stirpe, e ciò sapete anche voi.
Ardo di sete e muoio; ma date, subito,
fredda acqua che scorre dalla palude di Mnemosine.
Ed essi ti lasceranno per bere dalla fonte divina,
e in seguito con gli altri eroi sarai sovrana»”.
(A63, Laminetta trovata a Petelia)

Il canto orfico è l’acqua fredda dell’oblìo.
Solo l’oblio placa la sete perenne del grido. Bere
alla fonte divina, regnare con gli altri eroi, significa
dimenticare la sete che strazia e consuma.
La dimenticanza genera regno e canto, finché il
canto non sparirà, diventando consapevole del
proprio essere riarso, della sua forma originaria
di anelito.
Tamiri, come lo descrive Omero nel III canto
dell’Iliade, si vantava di superare le Muse
nella bellezza del canto. A causa di questo orgoglio
fu punito dagli dei: gli venne tolta la memoria
del canto e Tamiri non seppe più nulla delle
melodie meravigliose che avrebbe potuto intonare
la sua cetra. Visse come un uomo qualsiasi,
inconsapevole del suo talento. Quanto in Orfeo
viene espresso dallo smembramento, in Tamiri è
sigillato dall’amnesia.


Orfeo, posseduto ormai dal dio, compose gli inni che
Museo mise per iscritto.
(B21, Papiro Berlinese 44)
Museo è colui che riferisce e tramanda il
canto.
Chi è posseduto non sa quello che dice.
Chi ascolta e fissa nel foglio ciò che si è detto,
sa.
Se la scrittura, nella tradizione platonica, è
tradimento della parola orale, sistema di segni
che impedisce alla memoria di esercitare il suo
potere, la scrittura, per come si imporrà metaforicamente
al pensiero dell’uomo, è sapere di verità,
inizio del lasciare traccia, atto di finzione
suprema dove l’esperienza apollinea della luce
si struttura, alchemicamente, dallo strazio dionisiaco
della notte.


Secondo la coreografa Marta Graham «Un
artista cammina e la sua opera lo segue come
Euridice. Se si volta scompare, non c’è più nulla.
Un creatore non guarda mai nulla dietro di
sé, avanza fino alla morte: tocca agli altri il
compito di sezionare e di esaminare la sua opera».
Ma lo “sguardo all’indietro” di Orfeo non è
solo lo sguardo critico che seziona l’atto creativo
come in un’operazione autoptica: è, al contrario,
lo sguardo non demiurgico, critico e creativo
insieme, che smette di vedere la mèta davanti
a sé, perseguìta con onnipotente sicurezza,
ma riposa perplesso nella propria ombra, dubitante
ed errabondo, cercando di essere vero.
Scrive Ungaretti: «La verità, per crescita di buio
/ più a volare vicino s`alza l`uomo / si va facendo
la frattura fonda». Gli fa eco Paul Celan: «Dice
la verità, chi dice ombra». Orfeo, voltandosi, è
custode della frattura cupa, della ferita aperta.
Depone la lira magica del sovrano del canto.
Non chiede più. Il suo sguardo è, come indica
Maurice Blanchot: «l’ultimo dono di Orfeo
all’opera, in cui la rifiuta e la sacrifica portandosi,
con lo smisurato impulso del desiderio, verso
l’origine […] ancora verso l’opera, verso
l’origine dell’opera».
Perché, alla fine, scrivere sia ancora un inizio.
E, se verità assoluta e fragile è per ogni
uomo la discontinuità della vita, verità relativa e
potente è la continuità dell’invenzione nei riflessi
dell’arte: la magica intransigenza della poesia,
la sua inesorabile continuità.

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