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SEI SOLO. LO SAPEVI? (Chiara Daino, 2013)

Solo.
Sei solo. Lo sapevi? Sei solo un pollice opponibile. E te lo scrivo perché sia: una sentenza scritta. «Tu sei solo»: è una frase facile, di poche parole, la condizione e la condanna. «Tu sei solo!» – e solo uno Scrittore ti vede: nudo e solo. Perché? Perché lo Scrittore è: solo. Solo un nido di frasi. Solo una traccia che forse lascia il segno. Uno solo: la firma. Lo Scrittore non parla, ne scrive: dei tempi morti di ogni tempo. E non importa se lo ami. Importa che lo Scrittore vinca: il suicida che lo marca stretto [e quanto manca? Cosa separa – dallo scrivere addio?]. Non piangere: non è il tuo destino, se non pretendi [anche tu!] di scrivere. Sì è meno soli quando bastano i corpi: la carne, la crosta, la camera… I colleghi – che uno scrittore non ha.
Chi scrive è sempre solo perché – da solo – si fissa: nel momento di marmo. Senza mentire. E ti scongiuro: non mi ripetere che sono alibi! Le prove sono aperte al pubblico: quando cerchi un laccio che ti stringa la vita, che ti tenga alla vita, chi è con te? Chi blocca il tuo sbotto di sangue? Chi coagula le tue piaghe? Ti prego: non coprire l’obiettivo. Si guarda col grandangolo. Non cedere alla vista pigra: mi capisci? Ti riconosci? Tu che paghi il mutuo: sei solo! Tu che hai troppe bocche per una singola stiva. Tu che parti – in quarta ginnasio – e declini gli interrogativi: vuoi sapere chi sei? Sei solo! Tu che invochi, ti vendichi, ti inchini: sei solo! E anche tu, tu che operi un taglio a sette: sei solo! Con i morti.
Chi cammina, cammina – sempre – da solo. Da Maratona in poi, il messaggero è solo un messaggero, uno che passa: è porta, è tramite. E chi scrive sopporta la pena: capire piena la parola. Si crea. Si distrugge. E si sceglie: la certa solitudine. Non una frase fatta: l’aria fritta non allatta. E non mi alletta. Fate silenzio «e leggete a voce alta!». Forse è l’unico lusso che non potete concedervi: togliere il rumore in primo piano. Il suono che spacca.
E si spalanca: il triste vero. Quante volte, nel percorso parlato, la lingua ti batte al ritmo del «solo»? Per esempio: «è solo un esame!», «sono solo vizi!», «sei solo un idiota!», «solo per il mese di agosto!», «posso farcela da solo!», «è solo come un cane!», «è solo colpa sua!», «il solo di chitarra dura troppo!», «non è solo colpa mia!», «solo ore pasti!», «sei solo sulla cima!», «è solo per un periodo!», «si è fatto da solo!», «devi solo ringraziare!», «è solo un caso!», «lo faccio solo per te, solo per il tuo bene!», «è solo una povera pazza!», «vivo da solo col mio gatto!», «questo è solo il preventivo!», «è solo un graffio!», «solo tre superstiti [nessun Italiano tra le vittime]», …
Se si ripete – diventa motivo: il motivo di pensieri sordi, la nota più bassa che si possa raggiungere, il tappeto per i tuoi pasti di polvere. E tutto macera, trapunta la memoria. E si trema, si sfuma nei colori di una materia grigia…
Quella del ricordo. Lui che disse: «quando due – soli come noi – si legano: nasce un nodo troppo stretto. Che presto sarà cappio: meglio evitare». L’ho visto una sera e, dopo quella sera, mai più. E ancora mi chiedo: «aveva ragione?». Niente di nuovo sotto il sole [e il sole non calcola le nostre parabole], ma la vecchia, cara, solitudine merita più luce. Ogni raggio illumina ragioni diverse: dipende dallo specchio che riflette. E si piega nei soppalchi bui dove trovi: il solingo e il solitario, il solista e il solifugio, chi balla da solo e chi si isola. E c’è sempre qualcuno che recita: nei toni gravi del monologo. E quasi tutti si saldano maschere di ferro: per confondere il vero volto. E proprio tutti prendono parte alla commedia: una pietosa compagnia, per non scoprirsi soli. E si fa famiglia dello stadio: epidemia di tifo. E si appartiene al genere di musica che si ascolta: fazioni di «Fender» contro settari «schema di Chladni», Stratocaster versus Stradivarius. Esagero? Tu credi? E come non nominare – invano – gli amici [i «cosiddetti»]? Per me? No, grazie! Accuso male l’amìcusa! No, grazie! Non aggiungere un posto al desco: divoro parole e le parole mi divorano…
[Chi incide le tavole si nutre di verbo verza].
E mi ritiro, riparo: nello studio. Nella prossima vita voglio vivere. Da malerba. E crescere, spontanea, in un quarto di roccia – divisa dal tutto che tutto trita.
Sto studiando, ma non sono così sola: ho in dote una matassa di voci. Io sono molte [non le ho contate e non intendo farlo] persone in una: mi scrivo e mi sprono, mi danno e mi deprimo. Ho imparato: la soluzione si ricava dalla fonte. Trova la tua sorgente perché nessuno ti darà da bere. Nessuna spalla si darà – pronta – per i tuoi secchi di colore. Nessuna voce ti dirà – ferma – la mano addetta all’arma bianca, la distanza che adotta il tuo destino. Ti basta sapere: dove squarciare – bene – le tue tele.
Dico a te! A te, generico tu del famelico voi. Io vi frequento di nascosto da me stessa: un primissimo piano che sgrana il dettaglio [e non vedi l’autore nascosto – noi pesci siamo soli e solo noi pesci, segni mobili, glifo doppio, possiamo – irretire: dirci felici e disporci la fossa, articolare al futuro anche quando la bara, presente reverendo, ci brama].
È così! E così siete soli anche voi, anche voi che non lo sapete, anche voi che simulate. E quanto vi piace distrarvi? Devoti allo svago [un potere solitario]? E quale frusta esibite? Non certo la mia: quella di carta . Un colpo. Preso alla lettera. E più vi vedo e meno vi credo: vado a leggere [il volume che mi regalo – e regolo gli alti e bassi del mio sentire]. Il cribro è la manna che non si spreca. E rianima la molle milza malata [così chiamo: la civiltà]. Alzati e cammina, compunto automa: io sono stanca.
Mi giro nel letto e consulto la sfera metallica della mia mandorla : io sono solo un tentativo. E avanzo con un piccolo scudo per sopportare il peso: una pagina che è coperta, è sacra, è calda. Una pagina serra. Una pagina resuscita. La pagina è sorella, è stirpe simile, perché è una pagina sola. E non è solo una pagina: è la sola che mi suturi. E se perdo il filo mi basta cercare: è lì, placido e cullato nella nota. «Io» è chi cade ai piedi della pagina e insegue la linea: ne basta una – e mi prende la mano, mi prende per mano. «Io» è chi è sempre da sola, ma più sicura – se scrivo. E chiudo a chiave: lo scrigno e la gioia di ragno.
Di foglio in foglio, hanno dato ogni spartito: organi e collane. Libri che si sono scritti da soli. E gli autori? Si sentono meno soli: succinti [sugli scaffali], sorretti [sotto i banchi di scuola], scanditi [in balli di braccia e bignami], … Serafici e serafini sostano sulla scrivania, nelle teche si tengono saldi, nei tuoi palmi si aprono a corolla.
Ora siamo soli: tu mi leggi, io ti scrivo [sempre, anche se non mi rispondi]. Ti dedico tutte le mie parole: sai, io ho solo loro…



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