Marco Ercolani
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RITAGLIO (Alessandra Paganardi, 2013)

RITAGLIO

a Cesare Pavese

I
Un giorno, tanto tempo prima,
qualcosa era felice.

La venatura perfetta del marmo
il rosa improvviso, il giallo gentile
come se fosse sempre mattina
o una notte di stelle senza male.

Alberi dritti in un cielo impreciso
accoglievano l’aria con le mani
la cattedrale bastava alla piazza
il feltro consolava le sue note
e noi camminavamo più leggeri
come una fiamma che ritorna al sole.


II
Eppure non aveva fretta il tempo.
Sembrava un padre buono, un gigante
innamorato. Ascoltava, illudeva,
pensavo si fermasse.

È andato via come un rapinatore
fuggito a fari spenti
col paradosso di una refurtiva
che si regala rubandola
e lascia il vuoto a perdere degli anni.

Era un gigante buono il tempo
la mani grandi di mia madre
la cenere mai spenta del braciere.


III
Era scura di sale la terra
ce n’era un poco anche sui trapezi
dei miei occhiali appesi al viso
come in attesa di un funambolo.

Le rughe, quelle sì le amavo
le mappe sagge dei pensieri
portavano diritto alla sorgente
del male. Ma tutto era svelato,
chiara la fonte come una ferita.

Non più segreti. Non più parole.

Era rossa d’amore la terra
ma per trovare il caldo di un abbraccio
dovevo farmi radice, scendere
fino al centro del fuoco.


IV
Cerco ogni giorno gli occhi
sempre gli stessi – quelli
sospesi fra la terra e il mare
le mie sole radici.

Occhi di giada
con i cristalli di bosco sul fondo
che sembravano polvere distratta.

Occhi fermi, occhi chiari
in cui sperare storie di altri cieli
più amici della terra.

Occhi che annunciano l’inverno
se passi e non ti guardano passare.


V
Quando il silenzio cade come un secchio
vorrei rifare di pietra ogni stella.

Ma c’è un silenzio come un aquilone
per il bambino quando sente i piedi
leggeri nel guardare in alto – e sale
senza rumore con il mondo in mano.

Così parti anche tu verso il richiamo
di una voce che solo tu sentivi
se tendevi l’orecchio sul cuscino
ai giochi della notte.

Hai preso il volo.
È il silenzio l’araldo della gioia.


VI
È come scrivere, come tradire
quando ricordi la felicità.

Non potrai più cercare
quel punto della notte più lontano
dall’alba, la sua fame di luce.

Non sarà mai com’era
quell’istante di pura inesistenza
quello stare sospeso sulla vita
come se fosse tua.

Per questo ci piacevano i palloni
erano abbracci sfiorati e dispersi
in un attimo di mani


VII
I morti sono tutti belli -
hanno guance di terra e di lago
alghe che filtrano la vita.

Nessun ricordo se il passato falcia
senza rimedio. Potare i pensieri
come al risveglio un sogno clandestino
fradicio di colori.

Solo del niente abbiamo nostalgia
quando ogni sera ne rubiamo un sorso
dietro le ciglia. Rincorriamo il niente
proprio come si cerca una donna
che non ritorna.


VIII
Non ha nulla da chiedere lo sguardo
di una collina bruciata.

Vorrei prendere appunti dalle note
ma il suono secca in gola come pane.

Sono un dipinto che cammina -
negli occhi è la mia voce, nell’amaro
di un respiro condensato.

L’uomo di neve punta il suo bastone
inutile al ritorno di un aprile.

In fondo al prisma, prigioniero
il bianco della luce.


IX
E se poi fosse solamente cielo
questo dio che ci guarda da lontano
con mani quasi vere
se fosse un grande azzurro questo nero
che ci accompagna nel fondo di un fumo
grasso come una fiera di paese

se fosse veramente solo cielo
ritrovarsi a passare qui per caso
su questa strada senza marciapiede

rimarrebbe pur sempre a me la terra
il mistero più strano
non esser centro né periferia
quando il giorno diventa più sottile
e la luce non vede il mio richiamo.




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