Marco Ercolani
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TAVOLA CALDA (Alina Rizzi, 2009)


Era tardi, non c’era più nessuno a parte il cameriere che sciacquava i bicchieri dietro il banco. L’ultimo treno era già partito, la stazione si svuotava, la zona circostante piombava in un silenzio innaturale, di giorno neppure immaginabile.
Da quanto ero seduta lì, al tavolino circolare rivestito di marmo bianco e gelido, di fronte alla sedia vuota che non avevi voluto occupare?
Credo circa dieci ore, ormai.
Sì, ti aspettavo di mattina, come sempre, per una breve colazione prima di avviarci verso un museo, una galleria, una libreria, qualcosa che avessimo progettato nei giorni precedenti, minuziosamente, con grande passione e dedizione.
E invece non sei arrivato.
Ho bevuto qualche cappuccino durante la giornata, nessuno mi ha chiesto niente. Non ho mai sfilato il cappotto né il cappello: l’aria che entrava dalla porta che si apriva e si chiudeva era gelida come sempre a gennaio, quando inizia l’inverno vero.
È probabile che il cameriere si sia fatto delle domande sul mio conto, ma io non ho neppure alzato il viso su di lui in tante ore, neppure una volta. L’ho visto in faccia solo quando l’ultima cameriera ha lasciato il turno e ho dovuto ordinare a lui in persona un nuovo caffè. Era un ragazzo alto e magro, allampanato, con una camicia bianca e un gilet nero formale, del tutto insignificante. Del resto non vedo perché avrebbe dovuto importunarmi: non ho l’aria di una in cerca di qualcosa. Mi ero messa un cappello nuovo per l’occasione, color senape, con le falde larghe che ricadevano a incorniciare il viso. Mi piaceva molto, creava un angolo di intimità tra me e il va e vieni esterno. Poi avevo il cappotto verde coi bordi di pelliccia, quello elegante, un po’ da signora.
Mi piace vestirmi con cura per te, studiare i particolari. Quello che indosso deve riflettere come mi sento: la gioia di rivederti, la stanchezza dell’attesa, l’emozione del primo bacio, l’entusiasmo che accompagna ogni piccola scoperta condivisa. Ma devo anche essere piuttosto sobria per mimetizzare il sorriso che mi inonda il viso e che non so nascondere, ogni volta che ti cammino a fianco in mezzo alla città.
Ieri è stato diverso, perché non sei venuto all’appuntamento.
Avrei forse dovuto chiamarti subito per chiederti spiegazioni di quel ritardo, ma non ho osato. Ho pensato alla nebbia, a un contrattempo, alla difficoltà di trovare parcheggio. Se c’erano problemi mi avresti avvisata tu, pensavo. Per un po’, almeno. Dopo due ore e due cappuccini ho capito che non si trattava più di un ritardo. Piano piano ho smesso di sorridere, di sistemarmi il cappello ogni cinque minuti, di controllare dentro la borsetta che il telefono fosse acceso.
So bene cosa avrei dovuto fare: telefonarti e poi alzarmi e andarmene.
E invece no, non mi sono mossa.
Improvvisamente le forze sono scivolate via dal mio corpo, come il sangue defluisce da una ferita apertasi all’improvviso. Mi sono accorta che avevo abbassato le spalle senza accorgermene e appoggiato la schiena alla spalliera della sedia, perché mi sostenesse. Ho spostato di pochi millimetri il cappello sulla fronte e sono precipitata in una nicchia dai riflessi ambrati, in cui penetravano suoni, parole, risate, rumori di tazze e bicchieri, ma solo lontanamente, come ci fosse una grande distanza tra me e il luogo circostante: avrei potuto essere ovunque, non faceva alcuna differenza. Credo di non aver pensato a nulla per ore: percepivo unicamente la linfa calda che scendeva verso le gambe e si perdeva in rigagnoli sul pavimento chiaro, ero completamente vuota e muta.
Poi si sono accese le due file parallele di luci sul soffitto. Ho sbattuto le palpebre infastidita, ormai mi ero abituata a quel calo di luce del primo pomeriggio invernale. Non avevo idea di che ore fossero.
Per fortuna c’era un radiatore giallo alla mia destra, vicino alla porta d’ingresso, che alleviava gli sbalzi termici ad ogni apertura della porta. Stavo rabbrividendo. Ho ordinato un te bollente o sarei rimasta gelata e immobile su quella sedia per sempre. Assiderata, avrebbero detto, come travolta da una valanga improvvisa.
Invece ero ancora viva, il te mi scottava la lingua, e mi dispiaceva. Non per la lingua, quanto di essere ancora viva. Non ne vedevo il senso e lo scopo a quel punto. Sapevo che avrei dovuto alzarmi, pagare il conto e tornare a casa, ma non mi interessava farlo e neppure ne avevo le forze.
Tu non saresti più venuto, questo mi era chiaro, e a me il seguito non interessava più.
Per un attimo ho pensato che il bar avrebbe potuto diventare la mia casa. Forse mi avrebbero messo a disposizione una branda sul retro e qualche cappuccino al giorno, in cambio di un aiuto in cucina: una lavapiatti può essere ancora utile in certi locali di grande passaggio, come quello di fronte ad una stazione.
Ma per come mi sentivo, lo reputai comunque un impegno troppo gravoso. No, non ce l’avrei mai fatta. E a quale scopo inoltre?
Per sopravvivere un giorno in più?
Per chi, per che cosa?
Per andare dove, incontrare quali persone, parlare di quali futili banalità?
No, non mi sono mossa dalla sedia.
Dovevo pensare, anche se mi era impossibile. Un caos di immagini affollavano la mia testa dolente. Parole dette, scritte, sussurrate. Promesse e bisbigli. Tutto un mondo andato perduto.
Certo sapevo che sarebbe accaduto, prima o poi, che era solo questione di tempo. Eppure ne ero sorpresa. Anzi, incredula.
Mi avevi lasciata, semplicemente. I motivi non erano importanti: ce ne erano tanti da compilarci una lunga lista e non riguardavano me o te. Dunque non mi interessavano. Soltanto credevo sarebbe durata un po’ più a lungo di un anno esatto. A gennaio ti ho conosciuto e a gennaio mi hai lasciata: coincidenza? Oppure è questo il tempo limite di una storia come la nostra, che cresce più di sensazioni che di ragionamenti? Che vive di intrighi, menzogne, ore rubate come appartenessero di diritto a qualcun altro invece che alla nostra vita?
Io non lo so, non ho mai saputo nulla al riguardo, tutto mi coglie alla sprovvista, come fossi ottusa o forse matta. Una matta col cappello giallo. Ridacchiai.
Alle dieci di sera il bar chiudeva, si abbassarono le luci. Mi alzai come in trance, pagai il mio conto, che doveva essere già pronto da parecchio tempo, e insieme al resto ricevetti un cartoncino colorato, una pubblicità pensai. La misi nella borsa senza guardare.
Uscii nell’aria gelida senza neppure sollevare il bavero del cappotto. Ero immune ormai. Quali sensazioni avrebbero ancora potuto coinvolgermi, onestamente?
Camminai fino ad un bar più moderno, con alcuni giovani sui divanetti d’angolo: capii che avrei potuto trattenermi per altre tre o quattro ore senza problemi. E così feci.
Alle due chiusero la saracinesca, salutandomi con sguardo assorto. Non credo di aver risposto.
La mia bocca era come sigillata: non avevo più parole.
Camminai tre ore esatte, lungo il Naviglio grande, percorrendolo da una riva all’altra, attraversando ponti di ferro e cemento. Le cinque del mattino arrivarono prima del previsto, contro lo sfondo rossastro e nebbioso dell’orizzonte ostruito da palazzi e antenne. Udii le saracinesche alzarsi, gli spazzini percorrere i viali, le auto avviarsi con fatica, avvolte nella brina ghiacciata della notte.
Alzai il capo solo di fronte al primo bar illuminato, davanti al quale era depositata una cesta di pane appena sfornato, uno scatolone di latte fresco, un pacco di quotidiani. Entrai senza guardarmi attorno, come avessi altro per la testa, invece che quel niente in cui galleggiavo da un tempo indefinibile.
Ordinai il caffè sedendomi in un angolo appartato. L’avventore cortesemente depose un quotidiano sul mio tavolo, senza interrompere il mio silenzio austero.
Chissà che faccia avevo? Quali colori, dopo che il trucco si era sfatto nella notte all’aperto?
Spostai il giornale per non averlo nel mio campo visivo, circoscritto dalle falde del cappello ocra, ma nel movimento, accidentalmente, l’occhio non poté evitare la prima pagina.
Lessi soltanto: maxi tamponamento sull’Autostrada del Sole. La nebbia provoca quattro morti e tredici feriti.
Autostrada del sole, compitò cautamente la mia mente. Maxi tamponamento, ripetè. Quattro morti,ieri mattina.
Mi scappò una risatina stridula, forse un grido, non so. Il primo verso dopo quasi 24 ore, come quello di un uccello rauco. L’uomo del bar sobbalzò.
Sotto il titolo lessi i nomi dei morti, uno ad uno, nome e cognome e luogo di residenza.
Poi mi alzai, presi dalla borsetta la moneta per pagare e, senza badarci, deposi anche il cartoncino che mi avevano dato la sera prima. Era rugoso al tatto, un po’ incurvato: lo guardai.
Una donna sola seduta ad un tavolino rotondo di marmo bianco, con indosso un cappotto verde bordato di pelliccia e un cappello a cloche color senape. Nient’altro, a parte le luci sul soffitto, e un termosifone nell’angolo.
Ero io? Chi mi aveva guardata così a lungo? Chi mi aveva ritratta a mia insaputa? Perché?
Lo sfondo del locale, una vetrina, non rifletteva altro che le due file di luci bianche sul soffitto. Niente, neppure la donna seduta al tavolo con la tazza tra le mani.
Capii che quella ero io senz’altro.
Alle mie spalle, nel piccolo dipinto, appariva un vuoto buio e assoluto.


Automat (Tavola calda) è il titolo del quadro di Edward Hopper (1927) a cui è ispirato questo racconto.



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