Marco Ercolani
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L`opera non perfetta (Nicomp, 2010)

Pensare oltre
Il magma da cui nasce la follia - il mondo arcaico degli archetipi e dei miti, dei mondi possibili e delle identità parallele, dove fantasia e realtà si mescolano nelle forme più bizzarre - può essere traversato, se gli strumenti riflessivi si adatteranno all`evento e saranno abbastanza flessibili. Riguardo a questa ‘conoscenza’ della follia Benjamin esprime un auspicio: «Rendere coltivabili i territori su cui finora cresce soltanto la follia; penetrare con l`ascia affilata della ragione senza lasciarsi attirare dalla selva primordiale». Ma rendere coltivabili questi territori significa strutturare quel senso di simultaneità e quel caos di analogie di cui ci parla Musil: «Il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe ugualmente essere e di non dare maggiore importanza a quello che è, rispetto a quello che non è».
Prima di trasformarsi in delirio, la coscienza della simultaneità è un’attenzione vigile e insonne alle analogie e alle differenze – è nuova coscienza che non limita il reale agli avvenimenti concepibili e diacronici ma lo spinge a farsi progetto, utopia, costruzione di eventi da inventare e reinventare. Possiamo supporre che nessuna follia, in sé, produce nessuna opera: ne è però il substrato, il materiale primario. E l`artista è il cavo conduttore attraverso cui l`energia dell`atto creativo può tradursi in forme intelligibili. Certi eccentrici destini di artisti, che culminano nella malinconia, nella schizofrenia o nella morte violenta, sono comprensibili nel momento in cui l`arte è vissuta come un ‘pensare oltre’, che provoca la vita oltre i limiti della sua percezione. Le visioni di Angela da Foligno, l`isolamento malinconico di Pontormo, le genealogie d`anima pensate da Artaud, l`afasia di Nietzsche, l`autismo di Hölderlin, le teste ammucchiate da Filippo Bentivegna nel giardino di Sciacca, la villa dei mostri del principe di Palagonìa, le allucinazioni paranoiche di Gérard de Nerval, le esaltazioni religiose di Germain Nouveau, il tempio di cocci di vetro costruito da Raymond Picassiette, sono forme di quel ‘pensare oltre’. Suicidio e follia sono i rischi conseguenti e accettabili di un poiein dell`arte che non si accontenta di modelli stabiliti ma cerca sempre, al di là degli esempi e delle tradizioni di cui si nutre, una via eteronoma e insondabile, un gesto di «enigma, bellezza e passione», che quasi mai corrisponde alle norme rassicuranti dell`esistenza quotidiana. Compito dell`artista è avere che fare con quanto di non prevedibile e di non apprendibile ci mostrano le emozioni; ma suo dovere è difendersi dalle due realtà sostanziali della follia: il silenzio e il delirio. Il silenzio assoluto è inservibile: occorre quello relativo, sostanziato della materia delle opere. E il delirio è una strategia personale, ormai cristallizzata, da cui è necessario prendere le distanze per trovare forme espressive condivise.
L`opera artistica vive fra silenzio e delirio - in quello spazio in cui tradire il silenzio è necessario quanto non essere succubi di un`allucinazione -, ma con la follia non può che avere un rapporto stretto ed esclusivo. Come osserva Schelling, la follia è ‘il perturbante che non può venire alla luce’, è la necessaria e invisibile radice dell`umano. Così continua il filosofo: «Che cos`è lo spirito umano? Risposta: un essente, ma che procede dal non-essente, quindi l`intelletto, ma che procede da ciò che è privo di intelletto. Qual`è allora la base dello spirito umano, nel senso che noi diamo alla parola "base"? Risposta: ciò che è privo di intelletto. L`essenza più profonda dello spirito umano è dunque la follia. La follia dunque non nasce ma viene fuori quando ciò che propriamente è non-essente, cioè privo d`intelletto, si attualizza e diventa essente. La base dell`intelletto è dunque la follia. Per questo la follia è un elemento necessario, che però non deve assolutamente venire alla ribalta, né assolutamente essere attualizzato. Quello che noi chiamiamo intelletto, quando è intelletto vero, vivente, attivo, non è propriamente altro che follia regolata».

Follia modulata
Si può ancora, con Maurice Blanchot, sostenere il potere meraviglioso e demonico della follia? In un celebre saggio su Hölderlin, La folie par excellence, Blanchot scrive, a proposito degli schizofrenici: «Tutto accade come se nella vita di questi esseri si manifestasse, traversandoli, qualcosa che li libera al fremito, al terrore e al rapimento. La condotta di vita diventa più appassionata, più incondizionata, senza freni, più naturale, ma nello stesso tempo più irrazionale, demoniaca. È come se apparisse nel mondo dello stretto orizzonte umano una meteora e, spesso prima che l`ambiente abbia preso coscienza della stranezza di questa apparizione, l`esistenza demonica finisce nella psicosi o si dà alla morte».
Ma questa libertà ‘al fremito, al terrore e al rapimento’, questa ‘meteora’ che consegna il folle alla misteriosa magia del suo demone, è un mito irreale. Non appartiene all’universo della pazzia una veggenza che consenta di oltrepassare le cicatrici del dolore personale, anche se mediato da miti arcaici o angosce regressive. Indifferente alle forme dell`espressione, il folle emette profezie che sono le sue grida di dolore. Contestando i canoni di una ragione comune e sostituendoli con la sua verità, mette in crisi una visione condivisa del mondo; minaccia il sentimento di ‘familiarità’ che accompagna i normali vissuti con l`irruzione di un ‘altro’ metodo, valido solo per sé, e riduce a dramma privato le complessità del dolore e del caso. Magari graffia un muro di manicomio con le fibbie della divisa per scrivere e disegnare nella pietra un libro cosmogonico lungo parecchi metri. O le allucinazioni gli impongono di inventare, sulle lapidi delle tombe, una scrittura invisibile e illeggibile agli individui ‘normali’. O, all`acme del delirio, avendo letto migliaia di libri e visto migliaia di film, urla: «Io sono tutta una citazione».
In ogni caso, il folle parla sempre ed esclusivamente del suo dolore. L`artista, invece, non parla mai solo di sé. «Da secoli e millenni, in ogni luogo e paese, - scrive Michaux - l’alienato soffre. Dice che vive accanto al suo corpo. Che il suo corpo è altrove. Che glielo hanno rubato. Che porta con sé un cadavere. Che il suo corpo è vuoto. Che lo si è cambiato. Che è un morto vivente. [...] Dice che non pesa più niente, che è un angelo, non più che un pallone o una palla, [...] che è trasparente, che è di vetro! E ha paura di frantumarsi. Dice che è vuoto, trasformato in bambola, che non ha organi, intestini, stomaco, che di conseguenza non deve mangiare, che è artificiale, truccato, che un altro occupa il suo corpo». La materia di questa sofferenza, vissuta singolarmente, è la stessa materia che sostanzia le visioni, le descrizioni, le riflessioni dell’artista contemporaneo. Se la condizione creativa non è poi troppo lontana da quello stato borderline in cui si fantastica la creazione di un mondo ulteriore, è altrettanto vero che ogni volta il problema è la forma: una forma che dia senso, ragione e spietatezza al folle discorso che la genera. L`atto artistico è l`accordo momentaneo fra creazione e dissolvimento, la ‘messa in opera’ di quella tempesta creativa che, se vira nel dolore personale, diventa dissociazione e delirio, si letteralizza; ma se, invece, cerca una sua realtà universale ed esprimibile, diventa opera - anche se concepita in stato di allarme, sul crinale instabile della moltiplicazione e dell`inganno. Così come lo sgretolamento effettivo della pazzia è la perdita dell`identità personale, così la descrizione di questa perdita è il momento fragile e tenacissimo dell`arte, che ha le chiavi per entrare nell`inferno senza essere sopraffatta, per ricavare da esso nuove strategie espressive, nuovi «archetipi fenomenici» (Hillmann), nuovi toni per le proprie immagini. Come sostiene ancora Blanchot: «L`esistenza dello scrittore fornisce la prova che, nello stesso individuo, accanto all`uomo angosciato sussiste un uomo a sangue freddo, accanto a un pazzo un essere sano di mente, e strettamente unito a un muto che ha perduto tutte le parole, un retore signore del discorso».
Essere folli significa vivere senza soluzione di continuità la condizione di sentirsi «scorticati» dal mondo. Essere artisti è controllare appena questa condizione, sentirla non come profezia, ingiunzione, verità rivelata, ma come crogiuolo di immagini, suoni, combinazioni - serbatoio inesauribile di mille verità ancora da mostrare. Come afferma ancora Michaux: «In sogno non si scrive. Il mistico in trance non scrive. Rapito, non scrive. Se si scrive, dopo c`è tutto salvo questo». Compito dell`artista, allora, è cercare una forma che, anziché ripetere un dogma delirante, annunci qualcosa di espansivo, di mobile, che tende al non-finito. L`opera nasce così, ansiosa e imperfetta, nel punto in cui tutto non è letterale o assoluto, ma delude e illude sempre, e l`autore, non più costretto a essere il centro delle sue visioni, non più condannato a recitare da folle poeta o da eroe suicida, a esibire un corpo artaudianamente straziato dall`’assassinio dell`anima’, si distacca dal suo dolore personale e si scopre ombra di un`ombra, ago di un sismografo già arreso all`anima e al suo inevitabile destino di follia. Per citare ancora le Memorie di Schreber, fra il ‘miracolo del ruggito’ e le ‘grida d`aiuto che partono dai nervi’, fra il suono inarticolato e la parola che cerca l`altro da sé, esiste un terzo suono: il ‘levarsi del vento, fuori dall`ospedale’. A questo ‘levarsi del vento’, che non si mescola né al grido né al ruggito ma si distingue dal richiamo dell`uno e dalla ferinità dell`altro, l`artista può infine prestare ascolto. Ma come? Come riordinare il caos informe e trasformarlo in ‘malattia creativa’? Seguiamo ancora le indicazioni di Schreber: per difendersi dalla ‘confusione delle lingue’, delle ‘anime impure’, il solo rimedio è ‘legare alle terre’ le anime attraverso filamenti tenuissimi. Un compito apparentemente misterioso, ma che non può essere classificato come intraducibile delirio. Quel ‘legare’ è trovare un accordo, una forma; far sì che l`aria non sia solo un soffio inarticolato, ma una trama precisa, un tessuto leggibile. Di fronte al ‘levarsi del vento’ il folle Schreber, come l`artista, si pone un compito: cerca una trama, ‘lega alle terre’ - cioè ‘trascrive’ quanto non deve restare solo ‘soffio’, traducendolo in una scrittura che è traccia anomala e deviante, riducibile soltanto al proprio mistero. La traccia inizia dal sonnambulismo della follia e ne tenta sempre e comunque la narrazione, senza sottrarsi né alla necessità del sogno - «di quale sonno è sogno il delirio?» (Racamier) - né al peso della sua completa, impossibile trascrizione. Come suggerisce Robert Walser: «Tutto era terribile. Non vi era più cielo, e la terra era umida. Camminavo, e camminando mi domandavo se non fosse meglio voltarmi e tornarmene a casa. Ma qualcosa di indistinto mi attraeva, e continuai per la mia via sotto la buia cappa di nuvole».



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