Marco Ercolani
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Il demone accanto (L’Obliquo, 2002)

Sopra piazza Sarzano
Sopra piazza Sarzano, oltre lo stradone di S. Agostino, vedi la parete, intatta, di una casa crollata. Davanti c’è una piccola scala, con il suo passamano di ferro. Per qualche misterioso effetto dei bombardamenti, delle devastazioni edilizie o del caso, la ringhiera termina dentro la pietra. Si infila nel muro con grande naturalezza, il muro è la sua meta necessaria. Senti, salendo i gradini coperti di polvere, che cammini dentro una casa fantasma, fra sale invisibili, alla ricerca del tuo sosia. Non lo trovi, lo cerchi, sali ancora. Entri nella pietra. Guardi Genova. Città, per te, di puro nulla. Vuoto che non consola, vuoto di nuvole, lampi, ombre, salite, venti, riflessi. Orizzonte discontinuo, che può cullare come inabissare. Lì, dentro la pietra, ci sei tu. Ma non tranquillamente. Il paesaggio non è mai dolce e curvo, armonioso come una casa. E` proteso, in bilico, pronto a balzarti addosso, a franarti fra le dita. Guardi nella pietra. Guardi nel mare. Due fulminee epifanie e ti afferra la bellezza, hai il tempo di parlare solo per pochi istanti, come un condannato. Chiuso in una parete circondata d`aria, la parola che balbetti è precaria, sfuggente, rischiosa.
Genova ti assomiglia. È questa parola, questa parete - esposta, vertiginosa, segreta. Fondale, prospettiva, prigione, torre, prua. Hai due alternative: tacere, chiuso dentro la pietra, o viaggiare su e giù, ricordando la nicchia che ti protegge le spalle. O silenzio o visione. Dove si possono avere più visioni? nelle città visitate da apparizioni diaboliche e spettri ammalianti, oppure qui, in un luogo più scontroso e meno segreto - qui, nella parete che ti ospita, muro di chiesa romanica, fortezza di carcere, porta di tugurio, portale di palazzo? In libri dimenticati hai scritto di Praga e di Pietroburgo, città poetiche e assolute, che hai ricreato con immagini nate da antiche leggende. Ma, se fossi vissuto a Praga o a Pietroburgo, avresti potuto parlarne o non saresti stato soffocato da quelle stesse leggende, la lingua mozzata dalla mancanza di distanza?
Qui, chiuso nella roccia, sei più libero. Le notti, a Genova, non sono bianche, come a Pietroburgo, o favolose, come a Praga. Le notti genovesi sono mediocri. L`aria è bassa, umida. Non consola. Per chi vive in una parete sono ancora più cupe. Ma puoi voltarti. Ti giri avanti, ti giri indietro. Genova nega ogni paradiso: non ti puoi illudere di volare alto, come in certi luoghi dove rocce gialle di ginestre si librano contro abissi celesti. Genova è sconnessa come questo muro. Ma sulla pietra del muro batte l`aria salata, lo scirocco, il vento notturno. Un prigioniero, queste cose le avverte. In certe notti vivi una concentrazione che non potresti concepire in altri luoghi, un`astratta passione della mente che esalta le ossessioni più intime. Dalla pietra tu guardi: traversi le cose, erodi la materia, assorbi i colori. Vivi a Genova come il nomade che all`improvviso è diventato statua di pietra e, da pietra, canta l’impossibilità di continuare il suo viaggio. Una volta ti dissero: siamo tutti più trasparenti dopo l`esperienza sofferta, ma perché dobbiamo pagare un prezzo così alto per ottenere la leggerezza?
Il tuo prezzo è la nicchia nel muro: leggera e instabile, la parete ti chiude dentro di sé ma ti permette di salire e scendere la scala impossibile per migliaia di volte. Le città sono psicotiche o nevrotiche: ad esempio, Siena è psicotica, segreta, curva, tortuosa, labirintica, ostile agli intrusi, chiusa nel suo ordine malioso e avvolgente, con quell`unico centro che risucchia come un vortice; Palermo è nevrotica, orizzontale, discontinua, frammentaria, visibile, rumorosa, silenziosa, monumentale.
Ma Genova? Da questa postazione privilegiata - prigioniero del muro - la vivi come una città border-line, sospesa fra psicosi e nevrosi. Città gelosa, fortificata nelle sue difese, intima ma non inaccessibile, aperta al mare, aspra, ambigua, sonora, rischiosa. Città adatta ai nomadi e agli ossessivi. Nicchia per poeti, dove stare dentro pareti a sognare, ma pareti circondate dall`aria, che non formano una stanza chiusa ma un luogo forato dei venti. Città per chi cerca un`idea da nutrire in segreto, fingendo di essere solo. Ma i prigionieri delle pareti sanno che le pareti ospitano una moltitudine di vivi e di morti, che pensa e ripensa lo stesso sogno. Folle silenziose, ricordando la vita e presentendo la morte, regnano dentro i muri. All`alba e al tramonto, nella scala e nel muro, ospiti e abitanti, senza parlarsi, lasciano tracce nell`aria, simili a voci.

Sempre lo stesso suono
Sempre lo stesso suono, acuto e puerile. Quasi che annunci qualcuno. Ma chi doveva salire è già salito. Sono io. Ti ascolto, ti tengo stretto. Ti sento muovere e parlare, nel sonno, finché vado via. So quando resti solo. Un sibilo lieve, qualche luce dalla strada, un terrazzo che brucia. Ecco i segni. Non mi vedi più.
Ma ogni volta ritorno. In autobus, quando esci, i ragazzi ti respirano addosso; ti sbriciolano il pane sui calzoni. Ho pietà di te. Chiacchierano, gridano, esistono. Un essere dagli occhi vuoti sfoglia il giornale. Ti rendi conto. Devi tornare a casa. Devi dormire. Senza di me le voci sono prevedibili, sono di tutti e di nessuno, sono una folla neutra che non odora di nulla, una folla anonima e consenziente, una massa senza ombre.
L`aroma del caffè. Io lo sento con te. Io: i tuoi sensi, la tua lingua. Non puoi che berlo con me - è nero, profumato, caldo. Il caffè: le tenebre. Notte dopo notte sollevi la mano, ti tocchi il viso, ricomponi i lineamenti devastati dal giorno. Approfitti del buio per questa opera di pietà, che il giorno non ti consente, che io ti impongo. Stupendo nome Subrahmanian Chandrasekhar - lo leggi, in qualche libro, come una rivelazione. È il nome di un fisico indiano - Dio che ha la luna sulla testa. Sorseggi Veuve Cliquot, Johnny Depp agita le forbici delle sue mani. E se il nero calasse sullo schermo? Se non potessi più vedere quel film, nessun film? Fantasmi di scrittura, sogni di malati, taccuini fantastici. E ancora fantasmi e sempre sogni. Andrà in fiamme il roveto? Bruceranno le tende? Crollerà il soffitto?
Praga, Pietroburgo, Genova. Come se esistesse una sola città, in qualsiasi parte del mondo. Un corpo, ma quale corpo? Un corpo fatto di appunti, di parole; un corpo che perde sudore, sperma, lacrime, sangue, e trasforma tutto in frasi... Fissi la casa vuota, gli occhi incantati dalla brace della sigaretta. La città brucia, manda fumo. C`è fumo ovunque, nelle strade, nelle scale, nelle chiese. Niente aria, solo soffi deboli, quasi inconsistenti, che non salgono e non scendono. Il cielo è basso.
Notte dopo notte, sono con te. Salgo, gradino dopo gradino. Apro la porta. Mi siedo davanti a te. Ti siedi davanti a me. Mi guardi. Hai un foglio sotto le mani, di cui accarezzi il bordo superiore. I tuoi occhi vedono le mie visioni, il tuo cervello pensa i miei pensieri. Ti distingue solo quel tremito lieve, nella mano destra. Ansia umana, che ignoro. La mia è ferma, buia, e scrive con dita perfettamente uguali alle tue.


Ti svegli e, nel torpore del sonno
Ti svegli e, nel torpore del sonno, annoti quanto ti è stato svelato dalla notte. Ti sembra una rivelazione magnifica, un messaggio particolare, destinato a te solo, come le visioni agli eletti. Ti riaddormenti con un senso di beatitudine. Poi, al mattino dopo, con ansia, trattenendo il respiro, abbassi lo sguardo. Sul foglio è scritto, con caratteri fermi e chiari: «Io sono vivo». Ne sei stupito? Perché? Cerchi di salvarti con la scrittura. La carta ha viso, spalle, ventre, piedi: come un corpo umano. Non si può smettere di abitarla. Pensi che sia impossibile restare qui. Muovi gli occhi, le mani, cerchi di essere in un luogo diverso. Ma qui abito io. Vorresti dormire, per non udirmi. Ma i colpi che affondano sul cuscino quando dormi, ti convincono che non è facile restare sereni, gli occhi immobili sotto le palpebre chiuse, le mani tranquille sotto le lenzuola. Così, se sei sveglio, 4scrivi. Sorrido quando ti vedo curvo sulla carta, attento alla composizione di un libro. Povero illuso. Cerchi luce, armonia, quiete. Eccola, la luce: è dentro lo specchio. Guàrdati. Ma, mentre ti guarderai, la mano traccerà segni incomprensibili sul foglio. Solo se fisserai me, la scrittura nascerà. Quella scrittura che cerchi.



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