Marco Ercolani
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Carte false (Hestia, 1999)

Il buco nella terra

Da una lettera di Gustave Courbet (1876).

[...]
Mi hanno rimproverato per quella grande zona nera, al centro della tela. Ne sono stati sconvolti. Ma perché? Quello è il quadro di un funerale, e chi circonda il corpo sono i volti dei familiari. Perché tanto stupore? Io, comunemente, metto scuro su scuro. Addenso e dipingo tutto come se tutto fosse pietra e bosco. Faccio pensare anche le pietre. Solo quando stendo un colore meno scuro, questo significa luce, perché la luce è solo un grado in meno dell’ombra. Millet ha lavorato nei campi e nelle rocce come me, ma ha fallito. I suoi grandi schizzi di contadini sono patetici superficiali: nei suoi quadri c’è sempre un orizzonte. Millet fa il pittore che rappresenta da lontano, non si immerge dentro le cose. Io ho vissuto nelle montagne del Giura e non ho mai saputo cosa fosse l’orizzonte. Sono cresciuto nel fitto dei crepacci e dei rovi. Non conosco il mare, non sono elegante, ho letto pochissimi libri. Ma dipingo tutto: esserti e cose. E gli esseri sono anche le cose. Quando inizio un uomo, una pietra, un bosco, una catasta di legna, comincio sempre nello stesso modo, senza sapere cosa sto facendo, andando avanti colore per colore, alla cieca. Quando, l’altro giorno, mi sono ritratto in compagnia del cane, ho dipinto il mantello scuro, il copricapo, il corpo dell’animale, con un masso nello sfondo; il volto e la mani erano dipinte dello stesso colore della pietra.
Io sono così. E tutti sanno che Courbet non cambierà. Perché allora di stupiscono, se in questa tela lunga ventun metri, io raffiguro esattamente al centro la fossa nera dove seppelliranno il cadavere che stanno piangendo? O dovevo esprimere il compianto funebre come una bella parata di corpi addolorati da i quali cancellare il problema – il buco nella terra, il corpo che si corrompe? Nessuno vuole capirmi. Vadano a farsi fottere. Io dipingerò esattamente quello che sento e quello che vedo. E se per questo sarò arrestato o frainteso, facciano pure: patirò la prigione e il disprezzo ancora una volta.



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